EUROPA
Riflessione necessaria
Non ho mancato di proporre sul nostro giornale qualche spunto di riflessione sull’argomento. Torno sul tema riportando, per ragioni di spazio, solo l’ultima parte dell’ampio testo, facilmente rintracciabile in internet, della lectio magistralis tenuta a Milano, il 6 aprile scorso, dall’Arcivescovo di Trieste monsignor Giampaolo Crepaldi, su “Europa, processo di unificazione europea, Unione Europea: una valutazione dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa”.
« L’Europa non crede più a nulla.
Benedetto XVI ha detto che l’Europa odia se stessa, Remi Brague ha affermato che l’Europa non crede più in nulla, Gianni Baget-Bozzo aveva detto che l’Europa si considera una colpa ed è stretta tra nichilismo e islam, Walter Laqueur sostiene che l’Europa sta vivendo i suoi ultimi giorni, Giulio Meotti afferma che si suicida ed è alla fine e Jürgen Habermas che è in crisi. Torna però la domanda: costoro si riferiscono all’Europa o all’Unione Europea nel suo attuale stato di realizzazione? É quest’ultima ad essere estenuata e in fase terminale oppure ad essere in questo stato è quanto normalmente, anche se ambiguamente, viene chiamato lo “spirito europeo” di cui ho tratteggiato alcune caratteristiche? La risposta a questa domanda è molto importante, perché diagnostica il male e, quindi, pone le basi per la terapia, dicendoci dove si deve intervenire con urgenza. Vorrei esprimere a questo proposito alcune valutazioni conclusive.
Ventotene e l’europeismo.
Che il processo di unificazione sovrastatale abbia preso una piega non condivisibile è indubbio, proprio alla luce delle esigenze sia dell’Europa che della Dottrina sociale della Chiesa viste sopra. Solo il fatto che l’Unione Europea sia il principale finanziatore dell’aborto nel mondo la dice lunga a questo proposito. Esiste l’ideologia dell’europeismo, portata avanti da molte forze politiche, dalle élite intellettuali del vecchio continente e da ampi strati dell’apparato funzionalistico dell’Unione Europea che opera per cooptazione. Questa ideologia dell’europeismo ha una visione della persona e della vita sociale non condivisibile dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa. Si tratta di una ideologia che non viene proposta ma per molti versi imposta da un apparato – potremmo dire con Gramsci da un “blocco storico” – sovranazionale.
Questa evidenza, però, non deve farci perdere di vista che non si è trattato solo di una cappa imposta e sovrapposta ad un’Europa inconsapevole. L’ideologia europeista – individualista, irreligiosa, relativista, “borghese allo stato puro” direbbe Del Noce – è cresciuta e maturata nell’Europa. Se bisogna riconoscere che le istituzioni europee hanno fatto da volano a questa ideologia, va anche riconosciuto che essa c’era anche prima e ha condizionato dal basso lo stesso processo di unificazione, che ne è, in un certo senso, la causa, ma anche il frutto. La cultura europea si è staccata dall’Europa come sopra l’abbiamo descritta e il processo di unificazione nell’Unione Europea ha espresso questo distacco, a sua volta accelerandolo. Possiamo dire che i due percorsi sono stati sinergici, producendo significativi effetti, pur se dannosi.
Se questa mia analisi è fondata, ne deriva che è senz’altro indispensabile dedicare attenzione critica ed azione correttiva nei confronti dell’Unione Europea (non essendo un politico non voglio entrare qui nella “misura” di questa attenzione critica e azione correttiva), ma è anche insufficiente, bisogna infatti riprendere in mano l’Europa. Attenzione però all’ambiguità dello slogan “+ Europa”. Se con queste parole si intende più Unione Europea non mi sentirei di suggerire di porsi su questa strada, almeno finché l’Unione rimane come è adesso. Se invece significa “+ Europa” nel senso dell’anima del continente, allora bisogna chiedersi “per quale Europa”? e adoperarsi per l’Europa della Dottrina sociale della Chiesa e non per l’Europa del Manifesto di Ventotene.
Rallentare questo processo di unificazione da un lato (ripeto: non entro nelle modalità politiche di questa operazione) e animare forze autenticamente europee dall’altro. Frenare l’Unione Europea per avere il tempo e lo spazio per costruire più Europa nel senso della sua vera natura e della sua vera storia. In questo contesto si colloca anche una equilibrata valutazione della questione delle sovranità e dei sovranismi, su cui la Dottrina sociale della Chiesa ha molto da dire. Frenare la cessione di sovranità all’Unione da parte degli Stati ed eventualmente recuperarne, può avere senso se serve a distribuire sovranità sussidiaria al di sotto degli Stati: viceversa sarebbe un sovranismo ugualmente criticabile.
Concludo con una citazione. Nel suo ottimo libro Le metamorfosi della Città di Dio, Étienne Gilson dedica un capitolo anche all’Europa. Dapprima egli fa notare ciò che di solito anche noi ci troviamo a dire: “Vi è chi cerca di dare un corpo all’Europa, ma di che cosa vivrà questo corpo, se non gli diamo un’anima?”. Credo che voi concorderete che spesso anche noi diciamo così. Ma poi Gilson rovescia la prospettiva, dicendo: “Quando sarà pronto, il corpo dell’Europa avrà la sua anima, e dopo averla vista vivere i posteri sapranno di cosa si tratta”. Ecco il problema: far vivere la vera Europa ».
+ Edoardo, Vescovo

Giacomo Abbondo, conseguita nel 1748 la laurea in lettere all’Università di Torino, fu insegnante nelle Scuole Regie di Vercelli fino al 1757, quando lasciò l’insegnamento per fare il parroco a Tronzano, suo paese natale. A chi gli chiedeva a quanto ammontava il beneficio parrocchiale rispondeva: “Può valere il Paradiso o l’Inferno”. Aveva ereditato una difficile situazione succedendo ad un parroco simpatizzante del giansenismo e del rigorismo sacramentale, che era riuscito letteralmente a “svuotare” la chiesa. Innamorato di Dio, convinto del suo sacerdozio come servizio e sempre disponibile nei confronti dei suoi parrocchiani, il nuovo parroco si impegnò in ogni modo a far riscoprire la bellezza e la bontà di Dio, la possibilità di conoscerlo, di pregarlo, di incontrarlo sovente nella sua Parola e nei Sacramenti. Portò la parola di Dio ai più lontani, andandoli a cercare; ai poveri non di rado donava anche i suoi pasti o i suoi indumenti e per essi organizzò un comitato caritativo che faceva arrivare a domicilio viveri, legna e medicine. Rinnovò la fede della sua gente attraverso la Liturgia, l’invito alla Comunione settimanale; comprese l’efficacia della catechesi familiare nella quale coinvolse direttamente i genitori; portò frequentemente la Comunione ai malati, raggiungendo a cavallo anche le abitazioni più isolate; sostò di frequente in chiesa a disposizione per le Confessioni. La parrocchia cominciò a rifiorire, la chiesa tornò a riempirsi.
Vincenzo Actis, primo parroco di Castelrosso, resse per 34 anni la Parrocchia. Era nato nel 1751 a Rodallo di Caluso. Si formò intellettualmente grazie a validi insegnanti (a Ivrea e a Chivasso), ma un ruolo fondamentale nella sua formazione umana e cristiana lo svolse la famiglia. Ordinato prete il 23 marzo 1776, dedicò i primi anni di apostolato, in particolare, al ministero della Confessione. Le sue doti furono notate dal parroco di Casalborgone (allora diocesi di Ivrea), che nel 1778 lo volle suo coadiutore: si conquistò anche qui la stima di tutto il paese, come accadrà a Castelrosso, dove lo zelo pastorale, la dedizione nel ministero, la generosità verso i poveri, l’umiltà, la pazienza, lo spirito di preghiera ricordano assai da vicino quelli del beato Abbondo.
Il 1° gennaio, Ottava di Natale e solennità della S. Madre di Dio, nella Messa si invoca la benedizione anche sull’inizio dell’anno civile. La Chiesa ha un suo anno speciale, l’Anno liturgico, che celebra gli eventi della vita di Cristo Salvatore, ma, vivendo nel mondo, ma non distoglie lo sguardo da ciò per cui fa festa la società civile: è la Chiesa del Dio che facendosi Uomo ha abbracciato tutto l’umano. Di qui il ringraziamento, con il canto del Te Deum, nelle ultime ore dell’anno che si chiude e la benedizione invocata sul nuovo anno civile che inizia.
