Author: admindiocesi

Asterischi – 11 aprile 2019

EUROPA
Riflessione necessaria

Non ho mancato di proporre sul nostro giornale qualche spunto di riflessione sull’argomento. Torno sul tema riportando, per ragioni di spazio, solo l’ultima parte dell’ampio testo, facilmente rintracciabile in internet, della lectio magistralis tenuta a Milano, il 6 aprile scorso, dall’Arcivescovo di Trieste monsignor Giampaolo Crepaldi, su “Europa, processo di unificazione europea, Unione Europea: una valutazione dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa”.

« L’Europa non crede più a nulla.
Benedetto XVI ha detto che l’Europa odia se stessa, Remi Brague ha affermato che l’Europa non crede più in nulla, Gianni Baget-Bozzo aveva detto che l’Europa si considera una colpa ed è stretta tra nichilismo e islam, Walter Laqueur sostiene che l’Europa sta vivendo i suoi ultimi giorni, Giulio Meotti afferma che si suicida ed è alla fine e Jürgen Habermas che è in crisi. Torna però la domanda: costoro si riferiscono all’Europa o all’Unione Europea nel suo attuale stato di realizzazione? É quest’ultima ad essere estenuata e in fase terminale oppure ad essere in questo stato è quanto normalmente, anche se ambiguamente, viene chiamato lo “spirito europeo” di cui ho tratteggiato alcune caratteristiche? La risposta a questa domanda è molto importante, perché diagnostica il male e, quindi, pone le basi per la terapia, dicendoci dove si deve intervenire con urgenza. Vorrei esprimere a questo proposito alcune valutazioni conclusive.
Ventotene e l’europeismo.
Che il processo di unificazione sovrastatale abbia preso una piega non condivisibile è indubbio, proprio alla luce delle esigenze sia dell’Europa che della Dottrina sociale della Chiesa viste sopra. Solo il fatto che l’Unione Europea sia il principale finanziatore dell’aborto nel mondo la dice lunga a questo proposito. Esiste l’ideologia dell’europeismo, portata avanti da molte forze politiche, dalle élite intellettuali del vecchio continente e da ampi strati dell’apparato funzionalistico dell’Unione Europea che opera per cooptazione. Questa ideologia dell’europeismo ha una visione della persona e della vita sociale non condivisibile dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa. Si tratta di una ideologia che non viene proposta ma per molti versi imposta da un apparato – potremmo dire con Gramsci da un “blocco storico” – sovranazionale.
Questa evidenza, però, non deve farci perdere di vista che non si è trattato solo di una cappa imposta e sovrapposta ad un’Europa inconsapevole. L’ideologia europeista – individualista, irreligiosa, relativista, “borghese allo stato puro” direbbe Del Noce – è cresciuta e maturata nell’Europa. Se bisogna riconoscere che le istituzioni europee hanno fatto da volano a questa ideologia, va anche riconosciuto che essa c’era anche prima e ha condizionato dal basso lo stesso processo di unificazione, che ne è, in un certo senso, la causa, ma anche il frutto. La cultura europea si è staccata dall’Europa come sopra l’abbiamo descritta e il processo di unificazione nell’Unione Europea ha espresso questo distacco, a sua volta accelerandolo. Possiamo dire che i due percorsi sono stati sinergici, producendo significativi effetti, pur se dannosi.
Se questa mia analisi è fondata, ne deriva che è senz’altro indispensabile dedicare attenzione critica ed azione correttiva nei confronti dell’Unione Europea (non essendo un politico non voglio entrare qui nella “misura” di questa attenzione critica e azione correttiva), ma è anche insufficiente, bisogna infatti riprendere in mano l’Europa. Attenzione però all’ambiguità dello slogan “+ Europa”. Se con queste parole si intende più Unione Europea non mi sentirei di suggerire di porsi su questa strada, almeno finché l’Unione rimane come è adesso. Se invece significa “+ Europa” nel senso dell’anima del continente, allora bisogna chiedersi “per quale Europa”? e adoperarsi per l’Europa della Dottrina sociale della Chiesa e non per l’Europa del Manifesto di Ventotene.
Rallentare questo processo di unificazione da un lato (ripeto: non entro nelle modalità politiche di questa operazione) e animare forze autenticamente europee dall’altro. Frenare l’Unione Europea per avere il tempo e lo spazio per costruire più Europa nel senso della sua vera natura e della sua vera storia. In questo contesto si colloca anche una equilibrata valutazione della questione delle sovranità e dei sovranismi, su cui la Dottrina sociale della Chiesa ha molto da dire. Frenare la cessione di sovranità all’Unione da parte degli Stati ed eventualmente recuperarne, può avere senso se serve a distribuire sovranità sussidiaria al di sotto degli Stati: viceversa sarebbe un sovranismo ugualmente criticabile.
Concludo con una citazione. Nel suo ottimo libro Le metamorfosi della Città di Dio, Étienne Gilson dedica un capitolo anche all’Europa. Dapprima egli fa notare ciò che di solito anche noi ci troviamo a dire: “Vi è chi cerca di dare un corpo all’Europa, ma di che cosa vivrà questo corpo, se non gli diamo un’anima?”. Credo che voi concorderete che spesso anche noi diciamo così. Ma poi Gilson rovescia la prospettiva, dicendo: “Quando sarà pronto, il corpo dell’Europa avrà la sua anima, e dopo averla vista vivere i posteri sapranno di cosa si tratta”. Ecco il problema: far vivere la vera Europa ».

+ Edoardo, Vescovo

Asterischi – 4 aprile 2019

“L’Europa non è soltanto Bruxelles e le sue istituzioni, ma la storia, la cultura, la vita, i problemi dei popoli che la costituiscono” ho detto più volte, di questi tempi, in relazione al fatto che di Europa, per note ragioni, si sente parlare soprattutto in riferimento alle sue istituzioni. E’ utile ricordare le riflessioni del Sinodo dei Vescovi (1991 e 1998), cui è seguita nel 2003 la “Ecclesia in Europa” di san Giovanni Paolo II. Ne riporto qualche passo, come invito a rileggere tutto quel testo.

«Le Istituzioni europee hanno per scopo dichiarato la tutela dei diritti della persona umana. In questo compito esse contribuiscono a costruire l’Europa dei valori e del diritto. I Padri sinodali hanno interpellato i responsabili europei, dicendo: “Alzate la voce quando sono violati i diritti umani dei singoli, delle minoranze e dei popoli, a cominciare dal diritto alla libertà religiosa; riservate la più grande attenzione a tutto ciò che riguarda la vita umana dal suo concepimento fino alla morte naturale e la famiglia fondata sul matrimonio: sono queste le basi sulle quali poggia la comune casa europea; […] affrontate, secondo giustizia ed equità e con senso di grande solidarietà, il crescente fenomeno delle migrazioni, rendendole nuova risorsa per il futuro europeo; fate ogni sforzo perché ai giovani venga garantito un futuro veramente umano con il lavoro, la cultura, l’educazione ai valori morali e spirituali».

«La situazione europea è segnata da gravi incertezze a livello culturale, antropologico, etico e spirituale. Vorrei ricordare lo smarrimento della memoria e dell’eredità cristiane, accompagnato da una sorta di agnosticismo pratico e di indifferentismo religioso, per cui molti europei danno l’impressione di vivere senza retroterra spirituale e come eredi che hanno dilapidato il patrimonio loro consegnato dalla storia. Non meravigliano più di tanto, perciò, i tentativi di dare un volto all’Europa escludendone la eredità religiosa e, in particolare, la profonda anima cristiana, fondando i diritti dei popoli che la compongono senza innestarli nel tronco irrorato dalla linfa vitale del cristianesimo».
«A questo smarrimento della memoria cristiana si accompagna una sorta di paura nell’affrontare il futuro. Ne sono segni preoccupanti, tra gli altri, il vuoto interiore che attanaglia molte persone, e la perdita del significato della vita. Tra le espressioni e i frutti di questa angoscia esistenziale vanno annoverati, in particolare, la drammatica diminuzione della natalità, la fatica, se non il rifiuto, di operare scelte definitive di vita anche nel matrimonio.
L’odierna situazione europea conosce il grave fenomeno delle crisi familiari e del venir meno della stessa concezione di famiglia, il perdurare o il riproporsi di conflitti etnici, il rinascere di alcuni atteggiamenti razzisti, le stesse tensioni interreligiose, l’egocentrismo che chiude su di sé singoli e gruppi, il crescere di una generale indifferenza etica e di una cura spasmodica per i propri interessi e privilegi.
Alla radice dello smarrimento della speranza sta il tentativo di far prevalere un’antropologia senza Dio e senza Cristo. Questo tipo di pensiero ha portato a considerare l’uomo come “il centro assoluto della realtà”, facendogli così artificiosamente occupare il posto di Dio e dimenticando che non è l’uomo che fa Dio ma Dio che fa l’uomo. L’aver dimenticato Dio ha portato ad abbandonare l’uomo, per cui “non c’è da stupirsi se in questo contesto si è aperto un vastissimo spazio per il libero sviluppo del nichilismo in campo filosofico, del relativismo in campo gnoseologico e morale, del pragmatismo e finanche dell’edonismo cinico nella configurazione della vita quotidiana”. Siamo di fronte all’emergere di una nuova cultura, in larga parte influenzata dai mass media, dalle caratteristiche e dai contenuti spesso in contrasto con il Vangelo e con la dignità della persona umana. I segni del venir meno della speranza talvolta si manifestano attraverso forme preoccupanti di ciò che si può chiamare una «cultura di morte».

Ha detto Papa Francesco: «Un’Europa che non è più capace di aprirsi alla dimensione trascendente della vita è un’Europa che lentamente rischia di perdere la propria anima e anche quello “spirito umanistico” che pure ama e difende. A partire dalla necessità di un’apertura al trascendente, intendo affermare la centralità della persona umana, altrimenti in balia delle mode e dei poteri del momento. In questo senso ritengo fondamentale non solo il patrimonio che il cristianesimo ha lasciato nel passato alla formazione socioculturale del continente, bensì soprattutto il contributo che intende dare oggi e nel futuro alla sua crescita. Tale contributo non costituisce un pericolo per la laicità degli Stati e per l’indipendenza delle istituzioni dell’Unione, bensì un arricchimento. Ce lo indicano gli ideali che l’hanno formata fin dal principio…».
«Che cosa ti è successo, Europa?» ha chiesto il Papa.
Comprendere le ragioni è indispensabile sempre. Diceva un leader politico italiano, in tempi non molto lontani: «C’è un dramma più grave del perdere le elezioni. E’ il non sapere il perché si sono perse». E non vale solo per la politica…

+ Edoardo, Vescovo

Asterischi – 21 marzo 2019

21 marzo: dies natalis di san Benedetto, che si festeggia l’11 luglio. San Paolo VI nel 1964 lo proclamò Patrono d’Europa; san Giovanni Paolo II, nel 1980, gli affiancò come Compatroni del Continente che si estende dall’Atlantico agli Urali Cirillo e Metodio, apostoli degli Slavi; e nel 1999, a riconoscimento del contributo delle donne alla costruzione dell’Europa, anche Caterina da Siena, Brigida di Svezia e Teresa Benedetta della Croce-Edith Stein.

Nato intorno al 480 nella Nursia, Benedetto studiò a Roma, ma non si fermò a lungo nell’Urbe. “Soli Deo placere desiderans” – volendo piacere a Dio solo, scrive Gregorio Magno – si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma, poi per un periodo si associò a una comunità di monaci; in seguito si fece eremita nella non lontana Subiaco vivendo un periodo di solitudine con Dio e di maturazione. Fu allora che decise di fondare i suoi primi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco da dove passò a Montecassino.
Un altro grande Benedetto, Benedetto XVI, disse: “L’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – 1’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha la sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società: deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Quando san Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò – con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata – un patrimonio che ha portato frutto nei secoli trascorsi e ne porta tuttora in tutto il mondo. Una vita, quella di san Benedetto, immersa in un’atmosfera di preghiera. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli visse sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’umo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. La preghiera è in primo luogo un atto di ascolto che deve poi tradursi nell’azione concreta. Il Signore – afferma il Santo – ‘attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti’. Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione ‘affinché in tutto venga glorificato Dio’. In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile è la sincera ricerca di Dio, sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente, all’amore del quale nulla si deve anteporre; e proprio così, nel servizio dell’altro, si diventa uomini del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’ascolto di Dio e dell’obbedienza alla sua Parola, posta in atto con una fede animata dall’amore, si conquista l’umiltà e si diventa sempre più conformi a Cristo, raggiungendo la vera autorealizzazione come creature fatte ad immagine e somiglianza di Dio. Proclamandolo Patrono d’Europa, Paolo VI intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle ideologie rivelatesi tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del ‘900 ha causato, come ha rilevato Giovanni Paolo II, ‘un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità’. San Benedetto rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero. La sua Regola offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero”.

+ Edoardo, Vescovo

Asterischi – 7 marzo 2019

745 anni fa, il 7 marzo, moriva san Tommaso d’Aquino.
A Napoli, in S. Domenico Maggiore, fra Tommaso, terminato il suo trattato sulla Eucaristia, pose il testo sull’altare offrendolo al Signore e ascoltò da Gesù: «Hai scritto bene di me, Tommaso. Quale ricompensa chiedi?»; egli rispose: «Nient’altro che te, Signore». «La vita e l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino – disse Benedetto XVI – si potrebbe riassumere in questo episodio tramandato dagli antichi biografi». L’Eucaristia infatti «racchiude tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo, dà vita agli uomini» (Presbyterorum ordinis,5).

L’Adoro te devote raccoglie il pensiero e la spiritualità del Dottore Angelico.

Adoro Te devotamente, o Dio nascosto,
che sotto queste apparenze Ti celi veramente:
A Te tutto il mio cuore si abbandona,
perchè, contemplandoTi, tutto vien meno.

Adoro, la prima parola dell’inno, è già una grande professione di fede: adoriamo, infatti, l’Ostia consacrata perché crediamo che in essa è veramente presente Gesù Cristo, «nato da Maria Vergine, che veramente ha patito e fu immolato sulla croce per l’uomo». E, credendo, adoriamo la Persona di Gesù, costituita dal mistero ineffabile dell’unione ipostatica della Divinità e dell’Umanità.
Devotamente esprime le disposizioni profonde del cuore di chi adora. Il Dottore Angelico ha dedicato due interi articoli della Summa alla devozione, che considera il primo e più importante atto della virtù di religione. Consiste, la devozione, nella disponibilità della volontà a offrire noi stessi a Dio in un servizio senza riserve, come canta l’Angelico: «A te il mio cuore tutto si abbandona»!
Ma la fiamma più alta si eleva nel «contemplandoTi, tutto vien meno». Contemplazione eucaristica è guardare uno che mi guarda e lasciarmi permeare dai Suoi pensieri e sentimenti. L’adorazione è contatto “cuore a cuore” con Gesù presente realmente nell’Ostia e, attraverso Lui, consente di elevarsi al Padre nello Spirito Santo..

La vista, il tatto, il gusto, in Te si ingannano
ma solo con l’udito si crede con sicurezza:
Credo tutto ciò che disse il Figlio di Dio.
Nulla è più vero di questa parola di verità.

Ascoltando Gesù che dice «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue» non abbiamo bisogno della vista e del tatto per essere certi che non è pane, non è vino, quello che vediamo, ma il corpo e il sangue del Redentore. La parola di Cristo interpella tutta la nostra fede: fede nel potere del Creatore, fede in Gesù Salvatore; fede nell’azione ineffabile dello Spirito Santo intervenuto nella incarnazione del Verbo e che interviene nella mirabile transustanziazione.

Sulla croce era nascosta la sola divinità,
Ma qui è celata anche l’umanità:
Eppure credendo e confessando entrambe,
Chiedo ciò che domandò il ladrone penitente.

Questa strofa dell’inno ci porta sul Calvario. Tra i personaggi che si trovarono là, san Tommaso sceglie il buon ladrone, il primo a cui Gesù assicurò il Paradiso. E’ un caldo invito a identificarci con lui nel riconosere che siamo peccatori, ma anche che infinita è la misericordia del Salvatore, il quale non lascia perire chi a Lui si rivolge pentito. Un profondo sentimento di umiltà e di contrizione ci pervade, insieme ad una immensa fiducia… Con il ladro pentito noi guardiamo il Signore crocifisso e impariamo i passi di un rinnovato cammino. Insegna infatti san Tommaso: «Passio Christi sufficit ad informandum totaliter vitam nostram»: basta volgere gli occhi al Crocifisso per imparare tutto ciò di cui abbiamo bisogno nella vita. «Nullum enim exemplum virtutis abest a Cruce»: nessun esempio di virtù, infatti, è assente sulla croce: fortezza, pazienza, umiltà, distacco, carità, obbedienza, disprezzo degli onori, povertà, abbandono fiducioso… L’Eucaristia è una cattedra eccelsa dalla quale impariamo a vivere cristianamente, a servire lietamente; a obbedire liberamente; a cercare la Verità nell’Amore…

+ Edoardo, Vescovo

Asterischi – 21 febbraio 2019

Meno di 30 Km separano Tronzano Vercellese da Castelrosso di Chivasso. Parroci delle due Parrocchie, nel XVIII secolo, due preti, uno beatificato, l’altro ricordato con venerazione: entrambi già in vita chiamati santi dalla “vox populi”: Giacomo Abbondo (1720-1788) e Vincenzo Actis (1751-1816). Per sei anni della loro vita – dal 1782 all’88 – esercitarono la cura delle rispettive Parrocchie a così breve distanza.

Giacomo Abbondo, conseguita nel 1748 la laurea in lettere all’Università di Torino, fu insegnante nelle Scuole Regie di Vercelli fino al 1757, quando lasciò l’insegnamento per fare il parroco a Tronzano, suo paese natale. A chi gli chiedeva a quanto ammontava il beneficio parrocchiale rispondeva: “Può valere il Paradiso o l’Inferno”. Aveva ereditato una difficile situazione succedendo ad un parroco simpatizzante del giansenismo e del rigorismo sacramentale, che era riuscito letteralmente a “svuotare” la chiesa. Innamorato di Dio, convinto del suo sacerdozio come servizio e sempre disponibile nei confronti dei suoi parrocchiani, il nuovo parroco si impegnò in ogni modo a far riscoprire la bellezza e la bontà di Dio, la possibilità di conoscerlo, di pregarlo, di incontrarlo sovente nella sua Parola e nei Sacramenti. Portò la parola di Dio ai più lontani, andandoli a cercare; ai poveri non di rado donava anche i suoi pasti o i suoi indumenti e per essi organizzò un comitato caritativo che faceva arrivare a domicilio viveri, legna e medicine. Rinnovò la fede della sua gente attraverso la Liturgia, l’invito alla Comunione settimanale; comprese l’efficacia della catechesi familiare nella quale coinvolse direttamente i genitori; portò frequentemente la Comunione ai malati, raggiungendo a cavallo anche le abitazioni più isolate; sostò di frequente in chiesa a disposizione per le Confessioni. La parrocchia cominciò a rifiorire, la chiesa tornò a riempirsi.

Vincenzo Actis, primo parroco di Castelrosso, resse per 34 anni la Parrocchia. Era nato nel 1751 a Rodallo di Caluso. Si formò intellettualmente grazie a validi insegnanti (a Ivrea e a Chivasso), ma un ruolo fondamentale nella sua formazione umana e cristiana lo svolse la famiglia. Ordinato prete il 23 marzo 1776, dedicò i primi anni di apostolato, in particolare, al ministero della Confessione. Le sue doti furono notate dal parroco di Casalborgone (allora diocesi di Ivrea), che nel 1778 lo volle suo coadiutore: si conquistò anche qui la stima di tutto il paese, come accadrà a Castelrosso, dove lo zelo pastorale, la dedizione nel ministero, la generosità verso i poveri, l’umiltà, la pazienza, lo spirito di preghiera ricordano assai da vicino quelli del beato Abbondo.
Si donò fino a logorare il suo fisico. Morì a soli 64 anni, il 23 luglio 1816, nelle prime ore del pomeriggio. Per tre giorni non si poté procedere alla sepoltura a causa della folla che veniva a visitare la bara del Prevosto. Fu eseguito un ritratto e moltissime famiglie ne vollero in casa una copia. A cento anni dalla morte, in una solenne commemorazione della sua figura, si poté constatare quanto vivo fosse il suo ricordo trasmesso di generazione in generazione. Nel 1982, bicentenario di erezione della parrocchia di Castelrosso, i resti di don Actis furono riesumati e collocati presso il nuovo altare. Anche Rodallo volle una reliquia del suo concittadino: fu posta nella chiesa di san Rocco insieme al suo ritratto.

Due preti il cui ministero non ebbe nulla di sensazionale o di strepitoso. Il loro “segreto” fu di essere profondamente, convintamente preti.

+ Edoardo, Vescovo

Asterischi – 8 febbraio 2019

“Se il clero di Torino crebbe in fama di virtù e zelo, certamente in gran parte lo deve al beato Valfré”, affermava nel 1872 l’arcivescovo Lorenzo Gastaldi mentre erano in vita – per citare alcuni di cui la Chiesa già ha proclamato la santità – don Bosco, don Faà di Bruno, don Allamano, don Murialdo, don Albert, don Marchisio, don Giovanni Maria e don Luigi Boccardo, ed erano morti da poco don Cafasso e il Cottolengo.

Nell’apprendere la notizia della morte di padre Sebastiano Valfré (1629-1710), il duca Vittorio Amedeo II di Savoia disse: “Io ho perduto un grande amico, la Congregazione dell’Oratorio un grande sostegno, i poveri un gran protettore e padre”. Al sintetico elogio si può aggiungere che anche la Spagna e la Francia perdevano l’umile sacerdote che aveva formato spiritualmente le principesse Maria Adelaide e Maria Luisa, le quali, andate spose ai sovrani di quelle nazioni, lasciarono nei due Paesi una profonda orma di bene. E alla Sede Apostolica veniva meno un figlio devoto che tanto aveva operato nelle frequenti controversie giurisdizionali con la Corte sabauda e aveva fatto giungere a Roma, in questo contesto, anche il suggerimento di un’istituzione – l’attuale Pontificia Accademia Ecclesiastica – che curasse l’adeguata formazione del personale diplomatico della Chiesa.
Era nato in un piccolo borgo di Verduno, diocesi di Alba, da umile famiglia che si procurava da vivere con il lavoro dei campi, ma che, in una situazione di diffuso analfabetismo, aveva offerto a Sebastiano il grado d’istruzione che gli permise di seguire i primi studi ad Alba, d’entrare poi nel seminario di Bra e di continuare, mantenendosi con il lavoro di scrivano, la formazione filosofica a Torino, presso il Collegio dei Gesuiti, frequentato in prevalenza dai nobili. Conseguirà all’Università la laurea in teologia e sarà ascritto al Collegio dei teologi. Fu ordinato sacerdote ad Alba il 24 febbraio 1652 come membro della più povera e precaria delle istituzioni religiose che allora sorgevano a Torino, la Congregazione dell’Oratorio fondata nel 1649 dal canavesano padre Defera, il quale, venuto a morire un anno dopo, aveva lasciato in comunità il solo padre Cambiani, uomo di ricca spiritualità ma di doti modeste. Il suddiacono Valfré vi era entrato, dopo la morte di padre Defera, attratto dall’esempio del suo generoso ministero.
Uomo d’intensa preghiera, padre Sebastiano non lo fu meno nell’attività apostolica. Pur impegnato in Congregazione in diversi incarichi, per lunghi anni fu predicatore in conventi e monasteri, in chiese parrocchiali, in vari istituti di carità e a corte; ma alla scuola di Filippo Neri – di cui in Torino fu il “vivo ritratto” – annunciò la Parola di Dio anche per le vie e sulle piazze, “alla semplice” come ricordano i primi biografi. Fu apostolo del catechismo – tra i suoi scritti di valore lasciò un testo di catechesi che sarebbe servito alla Chiesa per molto tempo -, confessore ricercato, formatore di anime, saggio consigliere d’ogni classe sociale, formatore anche del clero ed esaminatore dei candidati della diocesi agli Ordini sacri e alla Confessione.
Partecipe di tutte le iniziative di bene che fiorivano in Torino, la Città della Sindone – a cui guardò con immensa venerazione – fu “padre dei poveri”, in diretto contatto con ogni situazione di bisogno: quante volte fu visto passare durante le notti per le strade e caricarsi sulle spalle poveri cenciosi per condurli in qualche ricovero, o salire le scale di misere case, carico di pacchi di viveri e d’indumenti. Malati e bisognosi, carcerati, ragazze costrette a prostituirsi, monasteri poveri, ma anche i Valdesi e gli Ebrei – che gliene furono grati – lo ebbero vicino.
Nella città sottoposta al fuoco delle bombe e ridotta alla fame durante l’assedio francese del 1706, non si risparmiò, pur anziano e consunto dalle fatiche: vicino ai feriti, ai soldati, alla intera città, invitando, sui bastioni e per le strade, alla fiducia in Dio e nella Madonna Consolata. In onore della Vergine, nel giorno della cui Natività Torino fu libera, il Sovrano, per voto ispirato dal Valfré, farà innalzare il maestoso tempio sul colle di Superga.
Si spense il 30 gennaio 1710 nella sua piccola camera, ingombra delle carte di studioso e d’imballaggi di vestiario e di viveri per i poveri. Era stato colto da febbre il 24 quando, dopo aver predicato alle monache di Santa Croce, andò in carcere a confortare un condannato che la mattina seguente sarebbe stato giustiziato, e tornò a casa di corsa, per essere puntuale alla preghiera della comunità filippina.

+ Edoardo, Vescovo

Asterischi – 24 gennaio 2019

Ricorre oggi la memoria di san Francesco di Sales (1567-1622) proclamato da Pio XI Patrono dei Giornalisti cattolici per la sua agile attività di diffusione di fogli a stampa, ma il suo riconosciuto capolavoro è la “Filotea”, pubblicata nel 1608, che già nel 1609 ebbe in italiano una prima traduzione. Innovativa fu la scelta del Sales di rivolgersi ai laici: «Di fronte a forme di pietà sovraccariche di elementi monastici – scrive lo studioso Anton Mattes – egli propone un nuovo modo di essere cristiani in mezzo al mondo».
Considerato padre della spiritualità moderna, Francesco di Sales ha influenzato le maggiori figure non solo del “grand siècle” francese, ma anche di tutto il Seicento europeo. A ragione può essere considerato uno dei principali rappresentanti dell’umanesimo devoto di tipica marca francese.
L’affinità con la proposta spirituale dell’Oratorio di san Filippo Neri è evidente. Francesco di Sales non aveva conosciuto personalmente san Filippo, ma era stato a contatto, a Roma, durante la sua permanenza nel 1598-99, con l’ambiente filippino, incontrando alla Vallicella e stringendo amicizia con i principali tra i primi discepoli del santo. La stima che nutrì per l’ambiente vallicelliano è certamente alla base della scelta di assumere per la “Sainte Maison” – da lui fondata in Thonon – l’ordinamento della Congregazione dell’Oratorio: come tale fu eretta da Clemente VIII nel 1598 e sempre tale fu considerata; significativo poi che abbia avuto il cardinale Cesare Baronio come protettore.
Ordinato sacerdote nel 1593, spinto da fervido amore per l’ortodossia cattolica, ottenne di essere inviato – dopo aver lavorato a Ginevra – nella regione del Chablais, dominata dal Calvinismo e si dedicò alla predicazione, scegliendo il dialogo anziché la contrapposizione polemica. I suoi enormi sforzi e i grandi successi ottenuti gli meritarono la nomina, a trentadue anni, a vescovo coadiutore; tre anni dopo la diocesi di Ginevra gli verrà affidata. «Cor ad cor loquitur» scrisse: il cuore parla al cuore. Il B. John Henry Newman da lui prese il motto cardinalizio.
L’impegno svolto dal Sales al servizio di una vastissima direzione spirituale – nella profonda convinzione che la via della santità è dono dello Spirito per tutti i fedeli, religiosi e laici, uomini e donne – fece di lui uno dei più grandi direttori spirituali di tutti i tempi. E la sua azione ebbe nel dialogo, nella dolcezza e nel sereno ottimismo il proprio fondamento.
«Bisogna aver pazienza di essere della natura umana e non dell’angelica» – si legge nelle sue lettere; «Cercate di fare bene oggi senza pensare al giorno seguente, poi, il giorno seguente, cercate di fare lo stesso. Parlate poco e mite, poco e buono, poco e semplice, poco e amabile.
Noi facciamo sempre abbastanza quando facciamo bene. Il male è mezzo guarito quando se ne è scoperta la causa. Il contadino non sarà mai messo sotto accusa se non ottiene un buon raccolto, ma lo sarà certamente se non ha ben coltivato e ben seminato i campi. A che serve costruire castelli in Spagna, visto che bisogna abitare in Francia?»
Dalla “Filotea”, cap. XII: «Dice S. Paolo che la tristezza secondo Dio opera la penitenza per la salvezza; la tristezza del mondo, invece, opera la morte: angoscia, pigrizia, sdegno, gelosia, invidia, impazienza. Se mai dovesse capitarti, o Filotea, di essere afflitta da questa cattiva tristezza, metti in atto i seguenti rimedi: prega: è il rimedio più efficace perché innalza lo spirito a Dio, nostra unica gioia e consolazione; combatti con forza la tendenza alla tristezza; e anche se hai l’impressione che tutto quello che stai facendo in quel frangente rimanga distante e freddo, triste e fiacco, non rinunciare a farlo; il nemico che vuole per mezzo della tristezza far morire le nostre buone opere, vedendo che non sospendiamo di farle, e che compiute con sforzo valgono di più, cesserà di tormentarci. Canta dei canti spirituali; spesso il maligno abbandona il campo di fronte a quest’arma. E’ cosa buona occuparsi in atti esteriori e variarli più che possiamo, per distrarre l’anima dall’oggetto della tristezza, purificare e riscaldare gli spiriti; questo perché la tristezza è una passione fredda e arida. Compi atti esteriori di fervore, anche se non ci trovi alcuna attrattiva: abbraccia il Crocifisso stringendolo al cuore. La frequenza alla Santa Comunione è ottimo rimedio; perché questo pane celeste dà forza al cuore e gioia allo spirito».

+ Edoardo, Vescovo

Asterischi – 10 gennaio 2019

Il 1° gennaio, Ottava di Natale e solennità della S. Madre di Dio, nella Messa si invoca la benedizione anche sull’inizio dell’anno civile. La Chiesa ha un suo anno speciale, l’Anno liturgico, che celebra gli eventi della vita di Cristo Salvatore, ma, vivendo nel mondo, ma non distoglie lo sguardo da ciò per cui fa festa la società civile: è la Chiesa del Dio che facendosi Uomo ha abbracciato tutto l’umano. Di qui il ringraziamento, con il canto del Te Deum, nelle ultime ore dell’anno che si chiude e la benedizione invocata sul nuovo anno civile che inizia.

La Chiesa è di Cristo e l’Incarnazione del Figlio di Dio è il cuore della sua fede, la quale, per sua natura, vive, si esprime e si comunica dentro le situazioni della vita e della storia umana.
Per sua natura perché questa è la logica dell’Incarnazione: Dio ha scelto di farsi Uomo in un tempo, un luogo, un popolo, una cultura, una lingua, e ha posto, in tal modo, una legge permanente del rapporto con Lui. Gesù non ha assunto, certamente, in tutto e per tutto, la cultura del popolo in cui era nato e cresciuto. Ha esercitato la libertà di prendere, anche decisamente, le distanze da alcuni elementi, ma si è immerso dentro a tutto ciò che il suo popolo era e viveva. Non l’ha guardato dall’esterno, standosene fuori; si è coinvolto!
A questa luce si comprende come sia lontano dal cristianesimo e da una autentica vita cristiana chi riduce la fede soltanto ad un intimo legame fra l’anima del credente e il suo Signore. Il rapporto personale con Dio, vissuto nell’intimità dell’amore, è al centro del cristianesimo, ma non autorizza affatto il trascurare – men che meno esiliare – quello con la realtà, quale essa sia.
C’è una sana secolarità, profondamente diversa dal secolarismo: consiste nell’adesione a Cristo abitando la polis con i suoi problemi e bisogni, amandola nella realtà del presente e del suo passato, con la disposizione d’animo a percepire dall’interno le inquietudini dell’uomo e i movimenti che percorrono la società; con l’attitudine all’ascolto e al dialogo, la prossimità e la condivisione; la disponibilità a portare la salvezza di Cristo al mondo abitandolo, condividendo le sue situazioni, le sue ansie e le sue crisi. Come ha fatto Gesù, che si è incarnato, si è messo con noi.
Il cristiano vive nel mondo con la consapevolezza che nella Chiesa il Regno di Cristo – definitivo in Cielo – è presente già ora come un seme deposto n terra, e che già sta fiorendo, come il lievito che già la sta fermentando la pasta. Senza una convinta e responsabile presenza del cristiano dentro le situazioni della società si lascia tutto il campo alla proposta di altre visioni e prospettive. E il cristianesimo perde la sua forza di rigenerazione.
Duemila anni di storia della Chiesa testimoniano questa fattiva, coraggiosa immersione nella vita della società da parte di uomini e di donne di fede che affrontarono problemi, cercarono soluzioni, diedero in tanti campi un incomparabile contributo, e mai si chiusero paurosamente in ambienti protetti… E’ la “logica dell’Incarnazione”; è la “carità”, la “missione”; è amore a Dio e passione per l’umano che Dio ha assunto: una impostazione così essenziale che non è estranea neppure alla vita specificamente contemplativa, come dimostra il monachesimo lungo i secoli!
Fa parte di questa logica dell’Incarnazione anche il non limitarsi, nell’annuncio del Vangelo, a ripetere ciò che ci è stato consegnato senza riviverlo nei nuovi contesti in cui ci si trova a svolgere la missione. E poiché per rivivere occorre capire che cosa è transitorio e che cosa costitutivo, è indispensabile appartenere vitalmente alla comunità cristiana, radunata attorno all’autorità dei Pastori, alla Parola di Dio, all’Eucarestia, portandovi le attese, le domande, il lavoro, la cultura, le gioie e speranze, i dolori e le fatiche. Sono così le nostre comunità? Ci impegniamo a edificarle così?
Ancorché piccole, esse già sono una risposta ai grandi problemi della vita e della storia, se sono “minoranze creative”. La loro presenza già è una concreta esperienza di trasformazione del mondo ad opera Grazia che è Gesù Cristo.
Buon Anno, Amici!

+ Edoardo, Vescovo

Omelia di Sua Santità K.K. Bartolomeo Arcivescovo di Costantinopoli durante la liturgia eucaristica nella Cattedrale di Ivrea

Ἱερώτατε Μητροπολῖτα Ἰταλίας κ. Πολύκαρπε,

Vostra Eccellenza Mons. Edoardo Aldo Cerrato, Vescovo di Ivrea,

Eminenze, Eccellenze, Reverendissimi Padri,

Illustri Autorità,

Figli e Figlie amati nel Signore

Con profonda riconoscenza al Signore nostro Gesù Cristo, ci troviamo oggi con voi, per vivere in questa amata città di Ivrea, la solennità della festa di San Savino, vescovo e martire.

Provenendo dalla Santa e Grande Chiesa Martire di Cristo, dalla città di Costantinopoli, dal Patriarcato Ecumenico che nel corso della storia ha dato tanti santi, padri, vescovi, teologi, confessori e soprattutto martiri, comprendiamo profondamente il valore di questo momento di festa, perché un figlio della Chiesa Indivisa, San Savino, così amato da voi tutti, deve essere ricordato per avere dato il suo bene più grande, la vita, durante l’ultima grande e terribile persecuzione contro i cristiani, quella di Diocleziano. Vescovo della città di Spoleto, prima del martirio, tra la fine del Terzo e l’inizio del Quarto secolo, le sue reliquie vivificanti furono portate poco prima del Mille, a Ivrea per chiedere al Santo la intercessione nella liberazione della città dalla peste, divenendone così anche il suo Santo Patrono.

Viviamo questo momento, immersi nella preghiera, dentro la celebrazione della Divina Eucarestia, dove Dio si offre ed è offerto per la sua creatura, l’essere umano. Viviamo la sua presenza così reale e così divinizzante, perché il Cristo era, è e sarà per sempre e come dice la liturgia bizantina: “Si spezza e si spartisce l’Agnello di Dio, colui che è spezzato e non diviso, sempre mangiato e mai consumato, ma che santifica quelli che ne partecipano”.

Nella forza dell’Eucarestia trova la sua dimensione il martirio e la testimonianza dei Santi.

Nel XIV secolo, il noto liturgista bizantino Nicola Cabasilas, nella sua somma opera “H EN ΧΡΙΣΤΩ ΖΩΗ – LA VITA IN CRISTO” afferma che “Nulla più dei martiri è prossimo ai misteri di Cristo: essi hanno in comune con Cristo il corpo e lo Spirito, il tipo di morte e tutto. Mentre erano in vita il Cristo era in loro, dopo la morte non abbandona le loro spoglie. È unito alle anime, ma è congiunto e commisto anche a questa polvere sorda; anzi, se è dato di trovare e di possedere il Salvatore in qualcuna delle realtà visibili, ciò è possibile proprio nelle ossa dei santi” (cap. II).

L’autore si richiama alla tradizione della Chiesa indivisa che risale a san Cirillo di Gerusalemme in cui “anche quando l’anima non è più presente, c’è una forza nei corpi dei santi” (Catechesi XVIII,16), a Serapione: “ i corpi dei santi… non sono privi…di energia né di forza divina” (Adversus Manichaeos, PG 40) e a San Giovanni Damasceno: “i santi erano pieni di Spirito Santo in vita e la grazia dello Spirito Santo è inseparabilmente presente alle loro anime e ai loro corpi nei sepolcri” (De imaginibus, PG 94). Lo stesso Arcivescovo di Tessalonica San Gregorio Palamas, contemporaneo del Cabasilas, dichiara: “glorifica le sante tombe dei santi, e se ci sono, i resti delle loro ossa: la Grazia di Dio, infatti, non si è separata da esse” (Decalogo, PG150), “la grazia santificante non si è allontanata dalle sacrosante ossa dei santi, come nei tre giorni della morte, la divinità non si divise dal corpo del Signore” (Confessio fidei, PG 151).

La reliquia, visibilmente oggetto di morte, rappresenta al vivo, per il suo valore taumaturgico, un segno dell’avvenuto superamento della barriera tra la vita e la morte, divenendo “follia per i pagani e scandalo per i giudei” (1 Cor. 1,23).

I Padri Cappadoci, enfatizzando la venerazione per le reliquie materiali, pongono le basi per una nuova concezione del sacro, riconoscendo nel corpo, al di là delle apparenze, ormai redento dalla morte, come componente essenziale dell’uomo, partecipe anch’essa della natura divina. San Basilio

di Cesarea, il Grande, commentando il Salmo 115 afferma: “Allorché la morte avveniva sotto la legge giudaica, i cadaveri erano dichiarati abominevoli; ora invece, che c’è la morte per Cristo, preziose sono le reliquie dei santi… Ecco perché è preziosa dinanzi al Signore, la morte dei suoi Santi” (M. Girardi, Basilio di Cesarea e il culto dei martiri nel IV sec.).

Proprio questa percezione delle reliquie dei santi come una loro “presenza nell’assenza” sta alla base della possibile frammentazione dei loro resti mortali: questo implica che la parte abbia il medesimo valore del tutto. Nell’ordine della grazia vale infatti il principio che la frammentazione non diminuisce, ma moltiplica, dottrina che la Chiesa enuncia solennemente – su un piano teologico più elevato – nella preghiera che accompagna la frazione del Pane consacrato, come abbiamo già accennato: “spezzato ma non diviso, mangiato e mai consumato”. E in questo vediamo la forza dei martiri, fondata sulla Divina Eucarestia.

I Santi, sono i “corridori del cielo”, sono coloro che ci aiutano ad avere “confidenza” con Dio e le cui preghiere, unitamente alla intercessione di Colei che è Tuttasanta, la Madre di Dio, tutto possono davanti a Dio.

In un mondo che ha orrore della morte, come la fine di tutto, che a qualsiasi costo tenta di esorcizzare questo momento della vita, un mondo che ha smarrito il cammino della preghiera, la fiducia e l’affidarsi alla intercessione dei Santi, è particolarmente importante per le nostre Chiese di trovare forza nell’esempio dei Santi e dei martiri, per avere la capacità di una nuova testimonianza, annunciando che la morte non è la fine, ma l’inizio della vita e che la preghiera deve essere sempre la sola e la più grande arma del Cristiano.

Con questi brevi pensieri, amati figli nel Signore, vogliamo ancora una volta rallegrarci per essere oggi con voi a festeggiare il Santo martire Savino, invocando su questa Santa Chiesa di Dio, sul suo Pastore, sui sacerdoti e religiosi, sulle Autorità Civili e su tutto il pio popolo di questa città e di questa

terra, abbondanti benedizioni dal Signore, affinché trionfi sempre la pace e la giustizia e la fede di Cristo sia sempre il collante per ogni opera e azione per il bene di tutti.

Il Signore, per la intercessione di San Savino e di tutti i Santi, Vi benedica e vi chiami a diventare Santi. Amen.

Omelia nella S. Messa Pontificale. Festa di San Savino

Santità, Eminenza, Eccellenze, carissimi Fratelli e Sorelle,

Sia lodato Gesù Cristo!

  1. Questo saluto – che riprende l’acclamazione “Lode a te, o Cristo”, risuonata in risposta al Signore Gesù che ci ha parlato nel S. Vangelo (Mt. 10, 34-39) – mette in luce chi c’è al centro della nostra festa: c’è il Signore Gesù presente e vivo, centro del cosmo e della storia, Salvatore degli uomini e di tutto l’uomo! A Lui noi rivolgiamo il nostro primo pensiero e, con la Liturgia della S. Chiesa, Gli diciamo: “Signore, Tu chiami il tuo popolo a celebrare nella gioia il ricordo del santo martire Savino; rendici testimoni fedeli del tuo regno, per essere partecipi della tua vita immortale” (Orazione colletta). Consapevoli del dono che abbiamo ricevuto nel S. Battesimo, nella S. Eucaristia e in tutti i Sacramenti della salvezza, noi Gli diciamo con sant’Agostino: “Allontanarsi da te è cadere, tornare a te è risorgere, restare in Te è esistere” (Soliloq. I, 3)!

C’è Gesù Cristo, carissimi, al centro della nostra festa, come c’è Lui al centro di tutta la vita di san Savino! È la grande verità della fede cristiana che oggi risuona nella S. Liturgia: “Nella gloriosa testimonianza dei tuoi santi tu confermi la fede della Chiesa… In essi, o Signore, noi celebriamo il compimento della Pasqua e proclamiamo la verità della parola annunziata da Cristo, dalla cui morte scaturisce la vita, dalla cui passione la gioia, dalla cui umiliazione la vittoria” (Prefazio della S. Messa).

  1. Essere in comunione con Cristo prendendo la sua croce e seguendolo noi troviamo la vita.

Il nostro Santo questo ha vissuto nel suo tempo, tra la fine del III e l’inizio del IV secolo, quando nell’Impero Romano ancora infuriavano le persecuzioni contro i discepoli di Cristo, come peraltro accade oggi in tante parti del mondo… Insieme a san Savino li vogliamo ricordare oggi questi forti testimoni di Cristo, appartenenti a tutte le confessioni cristiane, nella consapevolezza che, oggi come ieri, “il sangue dei martiri è il seme dei cristiani” e che c’è un prezioso ecumenismo del sangue versato per Cristo, un ecumenismo della santità e della carità fraterna.

Habet mundus iste noctes suas et non parvas: questo mondo ha le sue notti e non piccole” scriveva san Bernardo di Chiaravalle. Lo constatiamo, ma sant’Agostino lucidamente aveva scritto: “Nos sumus tempora. Quales nos sumus talia sunt tempora: i tempi siamo noi; quali noi siamo tali sono i tempi”. E del suo mondo, dell’Impero in profonda crisi culturale, politica e sociale affermava “questo non è un vecchio mondo che muore, è un mondo nuovo che nasce” … L’esito è amaro solo se l’uomo è “fugitivus cordis sui”: se fugge dal suo cuore, se abbandona la luce, se rinnega i grandi valori che illuminano la vita.

Savino, vescovo e martire, è qui ad annunciare che l’uomo di oggi è quello di sempre; che il suo cuore è costituito da un desiderio di pienezza che non viene soddisfatto se non da ciò che è infinito, eterno… San Savino è qui a ricordarci che Gesù Cristo, presente “ieri oggi e sempre” è la fonte viva della nostra vita!

Santità, amato Patriarca Ecumenico, carissimi Fratelli e Sorelle, Sia lodato Gesù Cristo!