Author: admindiocesi

Asterischi – 8 febbraio 2019

“Se il clero di Torino crebbe in fama di virtù e zelo, certamente in gran parte lo deve al beato Valfré”, affermava nel 1872 l’arcivescovo Lorenzo Gastaldi mentre erano in vita – per citare alcuni di cui la Chiesa già ha proclamato la santità – don Bosco, don Faà di Bruno, don Allamano, don Murialdo, don Albert, don Marchisio, don Giovanni Maria e don Luigi Boccardo, ed erano morti da poco don Cafasso e il Cottolengo.

Nell’apprendere la notizia della morte di padre Sebastiano Valfré (1629-1710), il duca Vittorio Amedeo II di Savoia disse: “Io ho perduto un grande amico, la Congregazione dell’Oratorio un grande sostegno, i poveri un gran protettore e padre”. Al sintetico elogio si può aggiungere che anche la Spagna e la Francia perdevano l’umile sacerdote che aveva formato spiritualmente le principesse Maria Adelaide e Maria Luisa, le quali, andate spose ai sovrani di quelle nazioni, lasciarono nei due Paesi una profonda orma di bene. E alla Sede Apostolica veniva meno un figlio devoto che tanto aveva operato nelle frequenti controversie giurisdizionali con la Corte sabauda e aveva fatto giungere a Roma, in questo contesto, anche il suggerimento di un’istituzione – l’attuale Pontificia Accademia Ecclesiastica – che curasse l’adeguata formazione del personale diplomatico della Chiesa.
Era nato in un piccolo borgo di Verduno, diocesi di Alba, da umile famiglia che si procurava da vivere con il lavoro dei campi, ma che, in una situazione di diffuso analfabetismo, aveva offerto a Sebastiano il grado d’istruzione che gli permise di seguire i primi studi ad Alba, d’entrare poi nel seminario di Bra e di continuare, mantenendosi con il lavoro di scrivano, la formazione filosofica a Torino, presso il Collegio dei Gesuiti, frequentato in prevalenza dai nobili. Conseguirà all’Università la laurea in teologia e sarà ascritto al Collegio dei teologi. Fu ordinato sacerdote ad Alba il 24 febbraio 1652 come membro della più povera e precaria delle istituzioni religiose che allora sorgevano a Torino, la Congregazione dell’Oratorio fondata nel 1649 dal canavesano padre Defera, il quale, venuto a morire un anno dopo, aveva lasciato in comunità il solo padre Cambiani, uomo di ricca spiritualità ma di doti modeste. Il suddiacono Valfré vi era entrato, dopo la morte di padre Defera, attratto dall’esempio del suo generoso ministero.
Uomo d’intensa preghiera, padre Sebastiano non lo fu meno nell’attività apostolica. Pur impegnato in Congregazione in diversi incarichi, per lunghi anni fu predicatore in conventi e monasteri, in chiese parrocchiali, in vari istituti di carità e a corte; ma alla scuola di Filippo Neri – di cui in Torino fu il “vivo ritratto” – annunciò la Parola di Dio anche per le vie e sulle piazze, “alla semplice” come ricordano i primi biografi. Fu apostolo del catechismo – tra i suoi scritti di valore lasciò un testo di catechesi che sarebbe servito alla Chiesa per molto tempo -, confessore ricercato, formatore di anime, saggio consigliere d’ogni classe sociale, formatore anche del clero ed esaminatore dei candidati della diocesi agli Ordini sacri e alla Confessione.
Partecipe di tutte le iniziative di bene che fiorivano in Torino, la Città della Sindone – a cui guardò con immensa venerazione – fu “padre dei poveri”, in diretto contatto con ogni situazione di bisogno: quante volte fu visto passare durante le notti per le strade e caricarsi sulle spalle poveri cenciosi per condurli in qualche ricovero, o salire le scale di misere case, carico di pacchi di viveri e d’indumenti. Malati e bisognosi, carcerati, ragazze costrette a prostituirsi, monasteri poveri, ma anche i Valdesi e gli Ebrei – che gliene furono grati – lo ebbero vicino.
Nella città sottoposta al fuoco delle bombe e ridotta alla fame durante l’assedio francese del 1706, non si risparmiò, pur anziano e consunto dalle fatiche: vicino ai feriti, ai soldati, alla intera città, invitando, sui bastioni e per le strade, alla fiducia in Dio e nella Madonna Consolata. In onore della Vergine, nel giorno della cui Natività Torino fu libera, il Sovrano, per voto ispirato dal Valfré, farà innalzare il maestoso tempio sul colle di Superga.
Si spense il 30 gennaio 1710 nella sua piccola camera, ingombra delle carte di studioso e d’imballaggi di vestiario e di viveri per i poveri. Era stato colto da febbre il 24 quando, dopo aver predicato alle monache di Santa Croce, andò in carcere a confortare un condannato che la mattina seguente sarebbe stato giustiziato, e tornò a casa di corsa, per essere puntuale alla preghiera della comunità filippina.

+ Edoardo, Vescovo

Asterischi – 24 gennaio 2019

Ricorre oggi la memoria di san Francesco di Sales (1567-1622) proclamato da Pio XI Patrono dei Giornalisti cattolici per la sua agile attività di diffusione di fogli a stampa, ma il suo riconosciuto capolavoro è la “Filotea”, pubblicata nel 1608, che già nel 1609 ebbe in italiano una prima traduzione. Innovativa fu la scelta del Sales di rivolgersi ai laici: «Di fronte a forme di pietà sovraccariche di elementi monastici – scrive lo studioso Anton Mattes – egli propone un nuovo modo di essere cristiani in mezzo al mondo».
Considerato padre della spiritualità moderna, Francesco di Sales ha influenzato le maggiori figure non solo del “grand siècle” francese, ma anche di tutto il Seicento europeo. A ragione può essere considerato uno dei principali rappresentanti dell’umanesimo devoto di tipica marca francese.
L’affinità con la proposta spirituale dell’Oratorio di san Filippo Neri è evidente. Francesco di Sales non aveva conosciuto personalmente san Filippo, ma era stato a contatto, a Roma, durante la sua permanenza nel 1598-99, con l’ambiente filippino, incontrando alla Vallicella e stringendo amicizia con i principali tra i primi discepoli del santo. La stima che nutrì per l’ambiente vallicelliano è certamente alla base della scelta di assumere per la “Sainte Maison” – da lui fondata in Thonon – l’ordinamento della Congregazione dell’Oratorio: come tale fu eretta da Clemente VIII nel 1598 e sempre tale fu considerata; significativo poi che abbia avuto il cardinale Cesare Baronio come protettore.
Ordinato sacerdote nel 1593, spinto da fervido amore per l’ortodossia cattolica, ottenne di essere inviato – dopo aver lavorato a Ginevra – nella regione del Chablais, dominata dal Calvinismo e si dedicò alla predicazione, scegliendo il dialogo anziché la contrapposizione polemica. I suoi enormi sforzi e i grandi successi ottenuti gli meritarono la nomina, a trentadue anni, a vescovo coadiutore; tre anni dopo la diocesi di Ginevra gli verrà affidata. «Cor ad cor loquitur» scrisse: il cuore parla al cuore. Il B. John Henry Newman da lui prese il motto cardinalizio.
L’impegno svolto dal Sales al servizio di una vastissima direzione spirituale – nella profonda convinzione che la via della santità è dono dello Spirito per tutti i fedeli, religiosi e laici, uomini e donne – fece di lui uno dei più grandi direttori spirituali di tutti i tempi. E la sua azione ebbe nel dialogo, nella dolcezza e nel sereno ottimismo il proprio fondamento.
«Bisogna aver pazienza di essere della natura umana e non dell’angelica» – si legge nelle sue lettere; «Cercate di fare bene oggi senza pensare al giorno seguente, poi, il giorno seguente, cercate di fare lo stesso. Parlate poco e mite, poco e buono, poco e semplice, poco e amabile.
Noi facciamo sempre abbastanza quando facciamo bene. Il male è mezzo guarito quando se ne è scoperta la causa. Il contadino non sarà mai messo sotto accusa se non ottiene un buon raccolto, ma lo sarà certamente se non ha ben coltivato e ben seminato i campi. A che serve costruire castelli in Spagna, visto che bisogna abitare in Francia?»
Dalla “Filotea”, cap. XII: «Dice S. Paolo che la tristezza secondo Dio opera la penitenza per la salvezza; la tristezza del mondo, invece, opera la morte: angoscia, pigrizia, sdegno, gelosia, invidia, impazienza. Se mai dovesse capitarti, o Filotea, di essere afflitta da questa cattiva tristezza, metti in atto i seguenti rimedi: prega: è il rimedio più efficace perché innalza lo spirito a Dio, nostra unica gioia e consolazione; combatti con forza la tendenza alla tristezza; e anche se hai l’impressione che tutto quello che stai facendo in quel frangente rimanga distante e freddo, triste e fiacco, non rinunciare a farlo; il nemico che vuole per mezzo della tristezza far morire le nostre buone opere, vedendo che non sospendiamo di farle, e che compiute con sforzo valgono di più, cesserà di tormentarci. Canta dei canti spirituali; spesso il maligno abbandona il campo di fronte a quest’arma. E’ cosa buona occuparsi in atti esteriori e variarli più che possiamo, per distrarre l’anima dall’oggetto della tristezza, purificare e riscaldare gli spiriti; questo perché la tristezza è una passione fredda e arida. Compi atti esteriori di fervore, anche se non ci trovi alcuna attrattiva: abbraccia il Crocifisso stringendolo al cuore. La frequenza alla Santa Comunione è ottimo rimedio; perché questo pane celeste dà forza al cuore e gioia allo spirito».

+ Edoardo, Vescovo

Asterischi – 10 gennaio 2019

Il 1° gennaio, Ottava di Natale e solennità della S. Madre di Dio, nella Messa si invoca la benedizione anche sull’inizio dell’anno civile. La Chiesa ha un suo anno speciale, l’Anno liturgico, che celebra gli eventi della vita di Cristo Salvatore, ma, vivendo nel mondo, ma non distoglie lo sguardo da ciò per cui fa festa la società civile: è la Chiesa del Dio che facendosi Uomo ha abbracciato tutto l’umano. Di qui il ringraziamento, con il canto del Te Deum, nelle ultime ore dell’anno che si chiude e la benedizione invocata sul nuovo anno civile che inizia.

La Chiesa è di Cristo e l’Incarnazione del Figlio di Dio è il cuore della sua fede, la quale, per sua natura, vive, si esprime e si comunica dentro le situazioni della vita e della storia umana.
Per sua natura perché questa è la logica dell’Incarnazione: Dio ha scelto di farsi Uomo in un tempo, un luogo, un popolo, una cultura, una lingua, e ha posto, in tal modo, una legge permanente del rapporto con Lui. Gesù non ha assunto, certamente, in tutto e per tutto, la cultura del popolo in cui era nato e cresciuto. Ha esercitato la libertà di prendere, anche decisamente, le distanze da alcuni elementi, ma si è immerso dentro a tutto ciò che il suo popolo era e viveva. Non l’ha guardato dall’esterno, standosene fuori; si è coinvolto!
A questa luce si comprende come sia lontano dal cristianesimo e da una autentica vita cristiana chi riduce la fede soltanto ad un intimo legame fra l’anima del credente e il suo Signore. Il rapporto personale con Dio, vissuto nell’intimità dell’amore, è al centro del cristianesimo, ma non autorizza affatto il trascurare – men che meno esiliare – quello con la realtà, quale essa sia.
C’è una sana secolarità, profondamente diversa dal secolarismo: consiste nell’adesione a Cristo abitando la polis con i suoi problemi e bisogni, amandola nella realtà del presente e del suo passato, con la disposizione d’animo a percepire dall’interno le inquietudini dell’uomo e i movimenti che percorrono la società; con l’attitudine all’ascolto e al dialogo, la prossimità e la condivisione; la disponibilità a portare la salvezza di Cristo al mondo abitandolo, condividendo le sue situazioni, le sue ansie e le sue crisi. Come ha fatto Gesù, che si è incarnato, si è messo con noi.
Il cristiano vive nel mondo con la consapevolezza che nella Chiesa il Regno di Cristo – definitivo in Cielo – è presente già ora come un seme deposto n terra, e che già sta fiorendo, come il lievito che già la sta fermentando la pasta. Senza una convinta e responsabile presenza del cristiano dentro le situazioni della società si lascia tutto il campo alla proposta di altre visioni e prospettive. E il cristianesimo perde la sua forza di rigenerazione.
Duemila anni di storia della Chiesa testimoniano questa fattiva, coraggiosa immersione nella vita della società da parte di uomini e di donne di fede che affrontarono problemi, cercarono soluzioni, diedero in tanti campi un incomparabile contributo, e mai si chiusero paurosamente in ambienti protetti… E’ la “logica dell’Incarnazione”; è la “carità”, la “missione”; è amore a Dio e passione per l’umano che Dio ha assunto: una impostazione così essenziale che non è estranea neppure alla vita specificamente contemplativa, come dimostra il monachesimo lungo i secoli!
Fa parte di questa logica dell’Incarnazione anche il non limitarsi, nell’annuncio del Vangelo, a ripetere ciò che ci è stato consegnato senza riviverlo nei nuovi contesti in cui ci si trova a svolgere la missione. E poiché per rivivere occorre capire che cosa è transitorio e che cosa costitutivo, è indispensabile appartenere vitalmente alla comunità cristiana, radunata attorno all’autorità dei Pastori, alla Parola di Dio, all’Eucarestia, portandovi le attese, le domande, il lavoro, la cultura, le gioie e speranze, i dolori e le fatiche. Sono così le nostre comunità? Ci impegniamo a edificarle così?
Ancorché piccole, esse già sono una risposta ai grandi problemi della vita e della storia, se sono “minoranze creative”. La loro presenza già è una concreta esperienza di trasformazione del mondo ad opera Grazia che è Gesù Cristo.
Buon Anno, Amici!

+ Edoardo, Vescovo

Omelia di Sua Santità K.K. Bartolomeo Arcivescovo di Costantinopoli durante la liturgia eucaristica nella Cattedrale di Ivrea

Ἱερώτατε Μητροπολῖτα Ἰταλίας κ. Πολύκαρπε,

Vostra Eccellenza Mons. Edoardo Aldo Cerrato, Vescovo di Ivrea,

Eminenze, Eccellenze, Reverendissimi Padri,

Illustri Autorità,

Figli e Figlie amati nel Signore

Con profonda riconoscenza al Signore nostro Gesù Cristo, ci troviamo oggi con voi, per vivere in questa amata città di Ivrea, la solennità della festa di San Savino, vescovo e martire.

Provenendo dalla Santa e Grande Chiesa Martire di Cristo, dalla città di Costantinopoli, dal Patriarcato Ecumenico che nel corso della storia ha dato tanti santi, padri, vescovi, teologi, confessori e soprattutto martiri, comprendiamo profondamente il valore di questo momento di festa, perché un figlio della Chiesa Indivisa, San Savino, così amato da voi tutti, deve essere ricordato per avere dato il suo bene più grande, la vita, durante l’ultima grande e terribile persecuzione contro i cristiani, quella di Diocleziano. Vescovo della città di Spoleto, prima del martirio, tra la fine del Terzo e l’inizio del Quarto secolo, le sue reliquie vivificanti furono portate poco prima del Mille, a Ivrea per chiedere al Santo la intercessione nella liberazione della città dalla peste, divenendone così anche il suo Santo Patrono.

Viviamo questo momento, immersi nella preghiera, dentro la celebrazione della Divina Eucarestia, dove Dio si offre ed è offerto per la sua creatura, l’essere umano. Viviamo la sua presenza così reale e così divinizzante, perché il Cristo era, è e sarà per sempre e come dice la liturgia bizantina: “Si spezza e si spartisce l’Agnello di Dio, colui che è spezzato e non diviso, sempre mangiato e mai consumato, ma che santifica quelli che ne partecipano”.

Nella forza dell’Eucarestia trova la sua dimensione il martirio e la testimonianza dei Santi.

Nel XIV secolo, il noto liturgista bizantino Nicola Cabasilas, nella sua somma opera “H EN ΧΡΙΣΤΩ ΖΩΗ – LA VITA IN CRISTO” afferma che “Nulla più dei martiri è prossimo ai misteri di Cristo: essi hanno in comune con Cristo il corpo e lo Spirito, il tipo di morte e tutto. Mentre erano in vita il Cristo era in loro, dopo la morte non abbandona le loro spoglie. È unito alle anime, ma è congiunto e commisto anche a questa polvere sorda; anzi, se è dato di trovare e di possedere il Salvatore in qualcuna delle realtà visibili, ciò è possibile proprio nelle ossa dei santi” (cap. II).

L’autore si richiama alla tradizione della Chiesa indivisa che risale a san Cirillo di Gerusalemme in cui “anche quando l’anima non è più presente, c’è una forza nei corpi dei santi” (Catechesi XVIII,16), a Serapione: “ i corpi dei santi… non sono privi…di energia né di forza divina” (Adversus Manichaeos, PG 40) e a San Giovanni Damasceno: “i santi erano pieni di Spirito Santo in vita e la grazia dello Spirito Santo è inseparabilmente presente alle loro anime e ai loro corpi nei sepolcri” (De imaginibus, PG 94). Lo stesso Arcivescovo di Tessalonica San Gregorio Palamas, contemporaneo del Cabasilas, dichiara: “glorifica le sante tombe dei santi, e se ci sono, i resti delle loro ossa: la Grazia di Dio, infatti, non si è separata da esse” (Decalogo, PG150), “la grazia santificante non si è allontanata dalle sacrosante ossa dei santi, come nei tre giorni della morte, la divinità non si divise dal corpo del Signore” (Confessio fidei, PG 151).

La reliquia, visibilmente oggetto di morte, rappresenta al vivo, per il suo valore taumaturgico, un segno dell’avvenuto superamento della barriera tra la vita e la morte, divenendo “follia per i pagani e scandalo per i giudei” (1 Cor. 1,23).

I Padri Cappadoci, enfatizzando la venerazione per le reliquie materiali, pongono le basi per una nuova concezione del sacro, riconoscendo nel corpo, al di là delle apparenze, ormai redento dalla morte, come componente essenziale dell’uomo, partecipe anch’essa della natura divina. San Basilio

di Cesarea, il Grande, commentando il Salmo 115 afferma: “Allorché la morte avveniva sotto la legge giudaica, i cadaveri erano dichiarati abominevoli; ora invece, che c’è la morte per Cristo, preziose sono le reliquie dei santi… Ecco perché è preziosa dinanzi al Signore, la morte dei suoi Santi” (M. Girardi, Basilio di Cesarea e il culto dei martiri nel IV sec.).

Proprio questa percezione delle reliquie dei santi come una loro “presenza nell’assenza” sta alla base della possibile frammentazione dei loro resti mortali: questo implica che la parte abbia il medesimo valore del tutto. Nell’ordine della grazia vale infatti il principio che la frammentazione non diminuisce, ma moltiplica, dottrina che la Chiesa enuncia solennemente – su un piano teologico più elevato – nella preghiera che accompagna la frazione del Pane consacrato, come abbiamo già accennato: “spezzato ma non diviso, mangiato e mai consumato”. E in questo vediamo la forza dei martiri, fondata sulla Divina Eucarestia.

I Santi, sono i “corridori del cielo”, sono coloro che ci aiutano ad avere “confidenza” con Dio e le cui preghiere, unitamente alla intercessione di Colei che è Tuttasanta, la Madre di Dio, tutto possono davanti a Dio.

In un mondo che ha orrore della morte, come la fine di tutto, che a qualsiasi costo tenta di esorcizzare questo momento della vita, un mondo che ha smarrito il cammino della preghiera, la fiducia e l’affidarsi alla intercessione dei Santi, è particolarmente importante per le nostre Chiese di trovare forza nell’esempio dei Santi e dei martiri, per avere la capacità di una nuova testimonianza, annunciando che la morte non è la fine, ma l’inizio della vita e che la preghiera deve essere sempre la sola e la più grande arma del Cristiano.

Con questi brevi pensieri, amati figli nel Signore, vogliamo ancora una volta rallegrarci per essere oggi con voi a festeggiare il Santo martire Savino, invocando su questa Santa Chiesa di Dio, sul suo Pastore, sui sacerdoti e religiosi, sulle Autorità Civili e su tutto il pio popolo di questa città e di questa

terra, abbondanti benedizioni dal Signore, affinché trionfi sempre la pace e la giustizia e la fede di Cristo sia sempre il collante per ogni opera e azione per il bene di tutti.

Il Signore, per la intercessione di San Savino e di tutti i Santi, Vi benedica e vi chiami a diventare Santi. Amen.

Omelia nella S. Messa Pontificale. Festa di San Savino

Santità, Eminenza, Eccellenze, carissimi Fratelli e Sorelle,

Sia lodato Gesù Cristo!

  1. Questo saluto – che riprende l’acclamazione “Lode a te, o Cristo”, risuonata in risposta al Signore Gesù che ci ha parlato nel S. Vangelo (Mt. 10, 34-39) – mette in luce chi c’è al centro della nostra festa: c’è il Signore Gesù presente e vivo, centro del cosmo e della storia, Salvatore degli uomini e di tutto l’uomo! A Lui noi rivolgiamo il nostro primo pensiero e, con la Liturgia della S. Chiesa, Gli diciamo: “Signore, Tu chiami il tuo popolo a celebrare nella gioia il ricordo del santo martire Savino; rendici testimoni fedeli del tuo regno, per essere partecipi della tua vita immortale” (Orazione colletta). Consapevoli del dono che abbiamo ricevuto nel S. Battesimo, nella S. Eucaristia e in tutti i Sacramenti della salvezza, noi Gli diciamo con sant’Agostino: “Allontanarsi da te è cadere, tornare a te è risorgere, restare in Te è esistere” (Soliloq. I, 3)!

C’è Gesù Cristo, carissimi, al centro della nostra festa, come c’è Lui al centro di tutta la vita di san Savino! È la grande verità della fede cristiana che oggi risuona nella S. Liturgia: “Nella gloriosa testimonianza dei tuoi santi tu confermi la fede della Chiesa… In essi, o Signore, noi celebriamo il compimento della Pasqua e proclamiamo la verità della parola annunziata da Cristo, dalla cui morte scaturisce la vita, dalla cui passione la gioia, dalla cui umiliazione la vittoria” (Prefazio della S. Messa).

  1. Essere in comunione con Cristo prendendo la sua croce e seguendolo noi troviamo la vita.

Il nostro Santo questo ha vissuto nel suo tempo, tra la fine del III e l’inizio del IV secolo, quando nell’Impero Romano ancora infuriavano le persecuzioni contro i discepoli di Cristo, come peraltro accade oggi in tante parti del mondo… Insieme a san Savino li vogliamo ricordare oggi questi forti testimoni di Cristo, appartenenti a tutte le confessioni cristiane, nella consapevolezza che, oggi come ieri, “il sangue dei martiri è il seme dei cristiani” e che c’è un prezioso ecumenismo del sangue versato per Cristo, un ecumenismo della santità e della carità fraterna.

Habet mundus iste noctes suas et non parvas: questo mondo ha le sue notti e non piccole” scriveva san Bernardo di Chiaravalle. Lo constatiamo, ma sant’Agostino lucidamente aveva scritto: “Nos sumus tempora. Quales nos sumus talia sunt tempora: i tempi siamo noi; quali noi siamo tali sono i tempi”. E del suo mondo, dell’Impero in profonda crisi culturale, politica e sociale affermava “questo non è un vecchio mondo che muore, è un mondo nuovo che nasce” … L’esito è amaro solo se l’uomo è “fugitivus cordis sui”: se fugge dal suo cuore, se abbandona la luce, se rinnega i grandi valori che illuminano la vita.

Savino, vescovo e martire, è qui ad annunciare che l’uomo di oggi è quello di sempre; che il suo cuore è costituito da un desiderio di pienezza che non viene soddisfatto se non da ciò che è infinito, eterno… San Savino è qui a ricordarci che Gesù Cristo, presente “ieri oggi e sempre” è la fonte viva della nostra vita!

Santità, amato Patriarca Ecumenico, carissimi Fratelli e Sorelle, Sia lodato Gesù Cristo!

Saluto a Sua Santità Bartolomeo I in Cattedrale

Santità, Arcivescovo di Costantinopoli, Patriarca Ecumenico: “Eὐλογημένος ὁ ἐρχόμενος ἐν ὀνόματι κυρίου: Benedetto colui che viene nel nome del Signore”!

Con immensa gioia accogliamo la Santità Vostra in questa antica Cattedrale della SS. Madre di Dio, la TuttaSanta a cui rivolgiamo il nostro filiale saluto. Sorge questa Cattedrale su quella paleocristiana e custodisce da più di mille anni le Reliquie del Santo Vescovo e Martire Savino, qui portate da Spoleto, il quale, agli inizi del IV secolo, versò il suo sangue per la fede nel Signore Gesù Cristo.

Vi ingraziamo, Santità, per il grande onore reso dalla Vostra presenza alla Chiesa che è in Ivrea: è la Chiesa paternamente salutata da sant’Eusebio di Vercelli nella lettera che questo antico Padre inviò alle Comunità cristiane del Piemonte dall’esilio in Oriente a cui fu condannato per la sua fedeltà alla dottrina nicena; è la Chiesa che ha avuto come suo primo Vescovo sant’Eulogio, il cui nome lascia intendere anche la sua probabile provenienza; la Chiesa, inoltre, che ha avuto tra i suoi primi Santi san Gaudenzio, che divenne primo Vescovo di Novara. Di questo Santo della Chiesa indivisa offro a Vostra Santità una preziosa sacra Reliquia. Ho l’onore di trasmettere a Vostra Santità il deferente omaggio della Sede Apostolica di Roma nella persona dell’Em.mo Card. Kurt Koch, Prefetto del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani. Ricordando con immensa gratitudine la amabile accoglienza che Vostra Santità mi riservò durante la mia visita a Costantinopoli, presento alla Santità Vostra, insieme al mio omaggio, quello di tutta la diocesi di Ivrea, del Clero e dei fedeli; come pure dei Sacerdoti e dei fedeli ortodossi qui residenti, ai quali siamo legati da fraterno affetto e da grande stima. Nel salutare Vostra Santità mi faccio voce anche di tutta la Città e delle Autorità civili e militari, in particolare del Sig. Sindaco di Ivrea. Insieme a Voi, Santità, saluto con fraterna deferenza tutta la Delegazione patriarcale che Vi accompagna, in particolare Sua Eminenza Polikarpos, Metropolita della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia.La gradita Visita di Vostra Santità, che rimarrà negli annali della nostra Diocesi, rinnova la gioia delle Visite compiute dai Romani Pontefici Sua Santità Giovanni Paolo II e Sua Santità Benedetto XVI i quali Vi hanno amato e onorato come venerato Fratello.Eυχαριστούμεν, Παναγιώτατε: Vi ringraziamo, Santità, e chiediamo al Signore di ricompensarVi per il dono che ci fate con la Vostra paterna presenza; grazie per aver voluto unire la Vostra preghiera alla nostra nella festa del Santo Vescovo e Martire Savino!Vostra Santità ci benedica!

Saluto a Sua Santità Bartolomeo I in S. Ulderico

Παναγιώτατε, Santità, amato Arcivescovo di Costantinopoli Nuova Roma e Patriarca Ecumenico:  “Eὐλογημένος ὁ ἐρχόμενος ἐν ὀνόματι κυρίου: Benedetto colui che viene nel nome del Signore”!

Con questa acclamazione la Chiesa che è in Ivrea ha l’onore e la gioia di porgerVi il suo primo saluto e ringrazia la Santità Vostra per la Sua paterna presenza in questo semplice momento di preghiera che, nell’ascolto della Passio Sancti Savini, apre le celebrazioni annuali in onore del S. Vescovo e Martire della Chiesa indivisa. Sabato mattina avremo la gioia di salutarVi ufficialmente nella solenne S. Liturgia a cui ci farete il dono di assistere, in Cattedrale, ma fin d’ora, Santità, Vi ringraziamo con amore filiale.

Le Sante Reliquie del Martire Savino – trasportate oggi in questo tempio da dove, sabato, faranno solenne ritorno in Cattedrale per le vie della Città – cantano l’amore per Cristo e per la Chiesa che ha condotto questo testimone a dare la vita per non rinnegare quanto egli aveva di più caro.

Al termine di questa preghiera la Santità Vostra ci rivolgerà il Suo discorso. Fin d’ora anche di questo La ringraziamo: ευχαριστούμεν, Παναγιώτατε. Vi ringraziamo, Santità!

Altra comunicazione su proroga per la presentazione delle domande di partecipazione al concorso straordinario per l’IRC

Carissimi docenti,

come già sapete, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha prorogato di alcuni giorni la scadenza per la presentazione delle domande di partecipazione al concorso straordinario per l’IRC, che ora è fissata alle ore 23,59 di lunedì 8 luglio 2024.

Nel frattempo, sulle pagine dedicate del sito del MIM sono state ulteriormente integrate le Faq. L’aggiunta più recente è di ieri a metà giornata e riguarda la validità di alcuni titoli per l’Infanzia e Primaria.

Si possono leggere ai seguenti link:

Cordialmente.

L’Ufficio IRC

GiPìRUN – Corsa a staffetta con la fiaccola della Vita

in occasione dei 100 anni dalla nascita e degli 80 anni dal sacrificio eroico del servo di Dio Gino Pistoni 1924-1944-2024.

Sabato 27 luglio 2024

  • h 9 Accoglienza in Cattedrale a Ivrea
  • h 9:30 Preghiera
  • h 10 Partenza della corsa a staffetta con la fiaccola della Vita
  • h 13 Arrivo previsto a Tour d’Hereraz
  • Pranzo al sacco
  • h 14 Preghiera e ripartenza della corsa a staffetta
  • h 17:30 Arrivo della corsa alla Casa Alpina Diocesana “Gino Pistoni” – Gressoney St.Jean (AO)
  • h 18 Santa Messa
  • A seguire cena fraterna (su prenotazione) e falò

Ogni corridore percorrerà 500 metri di strada.
Iniziativa dedicata ai giovani dai 16 ai 35 anni e alle famiglie.