Cinquanta giorni or sono in questa chiesa cattedrale sei catecumeni della nostra diocesi hanno ricevuto i sacramenti dell’iniziazione ed ora sono pietre vive di quell’edificio spirituale di cui tutti noi qui riuniti facciamo parte. Con l’aiuto di chi li ha finora accompagnati e delle comunità di appartenenza, potranno comprendere come portare frutto e ringraziare il Signore con la vita.
In questa Veglia di Pentecoste, due sposi cristiani consegneranno nelle mani del vescovo la loro richiesta di poter essere riconosciuti formalmente come candidati al diaconato permanente e inoltre il gruppo di coloro che quest’estate visiterà le nostre missioni in Brasile riceverà il mandato missionario perché quest’esperienza non sia solo mossa dal desiderio di conoscere la vita delle comunità che da questa nostra terra nel corso degli anni hanno preso vita, ma anche si configuri come un annuncio, una testimonianza, una vera e propria esperienza di fraternità fra Chiese sorelle proprio come nelle Lettere dell’Apostolo Paolo e negli Atti abbiamo più volte avuto modo di osservare.
Cosa ci dicono questi eventi, collocati all’interno di due celebrazioni liturgiche così rilevanti: essi disvelano una verità, che non segue le logiche dell’impulso o dei gusti umani, che non è mossa da calcoli o previsioni, ma che appartiene costitutivamente alla Chiesa in quanto sposa di Cristo, e che da Lui ha ricevuto sul monte dell’Ascensione, la promessa dell’eterna fedeltà: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”(Mt 28,20).
La fedeltà di Cristo alla sua sposa è generativa, dall’immersione del cero pasquale nell’acqua del fonte battesimale sono nati cinquanta giorni fa sei nuovi figli i quali non hanno ricevuto un’onorificenza o un grado, bensì la vita divina: i loro genitori hanno donato loro la vita naturale, dalle nozze di Cristo con la Chiesa hanno ricevuto la vita soprannaturale. Come il cibo e il sonno servono per nutrire la vita naturale, così i sacramenti, la vita comunitaria nella Chiesa, la Parola, la preghiera e il dono di sé nella carità, serviranno per nutrire quella soprannaturale. Se non si utilizzano questi “cibi” la vita nello Spirito certamente non si estingue ma si indebolisce fino a non essere quasi più percepita (questo chiaramente per ciò che concerne la nostra diretta responsabilità, poi la Provvidenza ci supera e ci sorprende seguendo vie imprevedibili).
Ora consideriamo ciò che in questa Solennità di Pentecoste stiamo celebrando e alla testimonianza che in modo diverso alcuni nostri fratelli e sorelle oggi ci offrono: attraverso di loro noi tutti possiamo riconoscere che lo Spirito Santo sia all’opera e che le parole di Gesù – attraverso cui ha voluto preparare i discepoli alla sua dipartita – si stanno realizzando: “Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra” (At 1,8).
Vedete, la vita nello Spirito non lascia mai immobili coloro che credono alla Parola; la vita nello Spirito non ci chiede di arredare le nostre case per rimanervi e godere delle comodità che vi si trovano; la vita nello Spirito – se alimentata come poc’anzi abbiamo visto – provoca in noi una progressiva ed inesorabile liberazione da ogni attaccamento, fino a condurci in prossimità di quello più difficile di tutti: il distacco dalla vita naturale, quel distacco che ha condotto Francesco d’Assisi a chiamare la morte “sorella”. Ecco che alcuni in mezzo a noi hanno detto sì a quell’attrazione interiore che chiedeva loro di non accontentarsi del loro lavoro, del loro benessere familiare, di un tempo estivo programmato legittimamente per riposare e “staccare con gli impegni quotidiani”; alcuni in mezzo a noi, in accordo con la famiglia hanno capito che una speciale consacrazione li avrebbe portati ad essere in pienezza “testimoni del Risorto”.
Papa Leone ci sta incessantemente esortando a vivere in questo modo in nostri giorni. Nella sua lettera ai Cardinali del 14 aprile c.a. Il Santo Padre, riferendosi all’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, così scriveva:
A livello comunitario, (Evangelii Gaudium) sollecita il passaggio da una pastorale di conservazione a una pastorale missionaria, nella quale le comunità siano soggetti vivi dell’annuncio: comunità ospitali, capaci di linguaggi comprensibili, attente alla qualità delle relazioni e in grado di offrire spazi di ascolto, di accompagnamento e di guarigione. A livello diocesano, emerge con chiarezza la responsabilità dei Pastori di sostenere con decisione l’audacia missionaria, vigilando perché non venga appesantita o soffocata da eccessi organizzativi, e favorendo un discernimento che aiuti a riconoscere ciò che è essenziale. […] Anche quando si riconosce minoritaria, la Chiesa è chiamata a vivere senza complessi, come piccolo gregge portatore di speranza per tutti, ricordando che il fine della missione non è la propria sopravvivenza, ma la comunicazione dell’amore con cui Dio ama il mondo.
Fratelli e sorelle che avete accettato di rispondere alla chiamata del Signore e tutti voi che trovate nella sua Parola e nella celebrazione dell’Eucaristia motivazioni per rinnovare l’offerta della vostra vita, vorrei concludere ricordando cosa sta facendo lo Spirito Santo in noi e quanto ci sia necessario perchè questa non sia mai la nostra opera, bensì l’opera che il Risorto sta portando avanti trasfigurando la nostra umanità. Lo faccio attraverso le parole dell’allora patriarca di Antiochia al Concilio Ecumenico del 1968:
Senza lo Spirito
Dio è lontano
Cristo resta nel passato
Il Vangelo è lettera morta
La Chiesa una semplice organizzazione
L’autorità dominio
La missione propaganda
Il culto, una semplice evocazione
E l’agire cristiano, una morale da schiavi
Ma in Lui, in una sinergia indissociabile
Il cosmo si solleva e geme nelle doglie del regno e l’uomo lotta contro la carne
Cristo risorto è vicino a noi
Il Vangelo diventa potenza di vita
La Chiesa, segno della comunione trinitaria
L’autorità servizio liberante
La missione una Pentecoste
La liturgia è memoria e anticipazione
E l’agire umano è divinizzato
(Ignazio di Laodicea)
il vescovo Daniele

