La bellissima profezia di Isaia, con la quale si apre la Liturgia della Parola della Messa vigiliare ci aiuta ad accogliere con grande gioia ciò che la Celebrazione e la Scrittura vogliono donarci, giunti finalmente a questo giorno santo. Il testo è scelto da una gioiosa e solenne sezione del cosiddetto trito Isaia e ci descrive la ricostruzione di Gerusalemme con dei tratti unici – e per certi versi inediti – rispetto allo stesso libro profetico. Se in altri casi infatti, Gerusalemme e il popolo di Israele sono riammessi alla comunione con il loro Dio dopo un tempo di infedeltà (ed in questi casi i libri profetici utilizzano spesso la categoria della sposa perdonata dallo sposo), in questo caso le nozze fra Dio sposo e Gerusalemme sono piuttosto descritte come l’unione sponsale di un giovane con una vergine: è un nuovo inizio, similmente a quanto sembrava rappresentare Giovanni Battista quando, vestito di pelli e nutrito da ciò che la natura offriva, era figura dell’uomo della creazione.
Inoltre la salvezza, la gloria, la giustizia la luce che toccheranno Gerusalemme e la ammetteranno a queste nozze corrispondono perfettamente a quanto di Gesù bambino dirà Simeone in occasione della presentazione al tempio. Questa profezia che nel contesto storico accompagnava la fine dell’esilio babilonese, in questo memoriale del Natale dice a noi oggi che è la nascita del Bambino Gesù a procurarci un nuovo inizio, a cancellare ciò che la nostra debolezza, e le nostre spesso incoscienti cadute ci hanno procurato.
Nel testo che ascolteremo nella messa del giorno, tratto dalla Lettera agli Ebrei, l’autore ci propone invece un’avvincente riflessione a partire dalla relazione che vi è fra Cristo e gli angeli:
Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato»? E ancora: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio»? Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: «Lo adorino tutti gli angeli di Dio» (Eb 1,5-6).
L’autore ci ricorda che Cristo è ben più grande degli angeli e non vi è nessuno come Lui che a pieno titolo possa essere chiamato “Figlio di Dio”. In questo modo vuole aiutarci a capire la grandezza del Salvatore, poiché nell’immaginario comune il riferimento più alto per indicare a qualcosa di eccelso, ideale, sublime è certamente la categoria angelica. Dire che qualcuno è superiore agli angeli è un messaggio simbolicamente molto chiaro per far capire che non vi è nulla di più vicino a Dio. Ebbene, in un altro passo della Lettera agli Ebrei al capitolo 2 è scritto:
Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. (Eb 2,16)
Dal testo si evince che a noi uomini ha fatto un dono che non ha volutamente fatto agli angeli. Questa espressione ci conduce a considerare la più consolante delle verità: ovvero che Dio, donando il Figlio ha preferito darlo a noi piuttosto che agli angeli. Dio ha rinunciato al massimo livello per soccorrere il livello più basso, infermo, deteriorato. Non è difficile ricordare come la nostra natura sia inferiore a quella degli angeli ed è così bellissimo sapere che Dio ha scelto il livello più basso per donarsi. Normalmente, secondo la mentalità comune (dalla quale anche noi cristiani non siamo così distanti), il meglio lo si dà a chi se lo merita e se si vuole mantenere alto il livello del contesto a cui apparteniamo o delle organizzazioni per le quali lavoriamo, si promuove il meglio, si sottolinea ciò che è venuto meglio e lo si prende come esempio.
Ancora una volta ci rendiamo conto come le scelte di Dio non siano le nostre così come i suoi pensieri per noi (cfr Is 55): il Padre ci ha dato ciò che di meglio aveva e non lo ha dato a chi era meglio di noi.
Il verbo greco tradotto in italiano con “avere cura”, può assumere anche il significato di raggiungere, andare a prendere, sottrarre dal pericolo, così ci porta ad immaginare la scena di chi viene preso mentre sta fuggendo, similmente a quando un genitore corre dietro ad un figlio piccolo che sta scappando dal suo controllo, incorrendo in un pericolo. Con una efficacissima espressione il vescovo Lancelot Andrews, nato pochi anni dopo la separazione della Chiesa d’Inghilterra e profondamente legato nel suo ministero e nel suo apostolato alla teologia dei Padri, volle asserire che:
Quanto alla fuga degli angeli, Egli non si mosse, rimase tranquillo, mai si impegnò a inseguirli: vadano pure, dove vogliono, come se non valesse la pena cercarli. Anzi, nei loro riguardi non assunse alcunché in forma di promessa, per loro. Nessuna promessa, nell’Antico Testamento, di nascere e di patire; nessun Vangelo, nel Nuovo, né a dire che nacque, né che patì, per loro. Ma quando l’uomo cadde Egli fece tutto ciò. (Sermone I per il Natale).
Ecco, con la nascita del Figlio il Padre ha voluto espressamente fare tutto ciò per noi. Oggi celebriamo e ricordiamo questa chiara volontà di Dio: attraverso il Figlio è venuto a cercare chi era perduto, l’ha preso, l’ha afferrato e non l’ha più lasciato, esattamente come fa un padre che ben conosce il temperamento del figlio e non lo mette più in condizione di farsi del male.
Ci sono tanti dolori nella nostra storia dei quali – alla luce di un amore così intenso – anche noi dobbiamo prenderci cura. Ci sono tante storie assai vicine alla nostra che chiedono a noi che abbiamo ricevuto un dono così grande di fare la stessa scelta del Padre: andare a prendere, acciuffare, stringere a sé. So che ciascuno di noi potrà avere ben presente chi debba essere acciuffato e con questo protetto. Da vescovo voglio chiedervi di pregare in particolar modo, perché con tutta la forza della nostra comune preghiera di intercessione sia “acciuffato” il dolore atroce di tanti genitori che vedono soffrire e a volte morire i propri figli in modo illogico e incomprensibile; andiamo a prendere insieme, anzitutto con la nostra preghiera ferma, ma anche delicata, il dolore dei genitori della piccola Lucia di Quincinetto che ricordiamo deceduta sull’autostrada per un terribile incidente: non possiamo lasciarli in un dolore così profondo. Dio non ha pensato ad altro che a questo dandoci il Figlio, e a noi ha voluto passare il testimone.
+ Daniele Salera
Vescovo di Ivrea

