Omelia Giovedì Santo – Messa del Crisma

02-04-2026

Carissimi,

Lo scorso anno ci siamo ritrovati per celebrare insieme questa messa crismale e vi restituivo l’impressione avuta di un ministero speso pienamente per la nostra gente e per la diocesi. Passato questo primo anno sento il bisogno di arricchire quella prima impressione – che pure ancora confermo – con almeno altre due considerazioni.

Per la prima di esse prendo inizialmente in prestito le parole che Papa Leone XIV ha rivolto al clero della mia città natale nel tradizionale appuntamento del giovedì dopo le Ceneri (19 febbraio c.a.):

Non siamo soltanto inseriti dentro il fiume della tradizione come esecutori passivi di una pastorale già definita ma, al contrario, con la nostra creatività e i nostri carismi, siamo chiamati a collaborare con l’opera di Dio. A questo proposito, sono illuminanti le parole che l’Apostolo Paolo rivolge a Timoteo: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te» (2Tm 1,6). […] Che cosa significa ravvivare? Paolo rivolge questa esortazione a una comunità che in qualche modo ha perso la freschezza delle origini e lo slancio pastorale; con il contesto che cambia e il tempo che passa, si ravvisa una certa stanchezza, qualche delusione o frustrazione, un certo decadimento spirituale e morale. E allora l’Apostolo dice a Timoteo e a quella comunità: ricordati di ravvivare il dono che hai ricevuto. Questo verbo usato da Paolo – ravvivare – evoca l’immagine della brace sotto la cenere e, come disse papa Francesco, «suggerisce l’immagine di chi soffia sul fuoco per ravvivarne la fiamma» (Catechesi, 30 ottobre 2024).

Sì, “soffiare sul fuoco per ravvivarne la fiamma”. Fratelli dobbiamo essere più accorti e saggi: il sacerdozio ordinato non è un compito ordinario e non può reggersi soltanto su quei punti di forza che la natura ci ha dato e che ci accompagnano fin da quando abbiamo imparato a prendere coscienza di ciò che siamo e dei nostri tratti caratteristici. Fin dai primi mesi di seminario, si è fissata nella memoria un’espressione del rettore di allora – l’attuale vescovo di Trapani – il quale con sincerità ci riferiva che il sacerdozio dà molto fastidio al diavolo e che pertanto proprio in seminario, dove i futuri sacerdoti si formano e prendono via via consapevolezza della propria vocazione, il tentatore agisce con particolare virulenza e accanimento. Ho trovato un’ulteriore conferma a tale convincimento quando sono tornato in seminario da formatore: non ho percepito altrove – come in quel contesto – l’incidenza costante e opprimente del Male. Di questa dinamica noi abbiamo spesso una lettura troppo ingenua: sentiamo le fatiche del ministero, siamo abbastanza consapevoli delle nostre fragilità e dei nostri limiti, ci sembra che i buoni propositi abbiano una scadenza troppo a breve termine e pertanto procediamo così, quasi portati dalla corrente di un inesorabile e prevedibile destino. Non possiamo continuare a pensare che tutto dipenda da noi, ovvero che il Signore ci abbia proposto il ministero sacerdotale e poi ci lasci alle prese con le fatiche e i pesi di questa onerosa missione. Noi siamo un cibo succulento, noi siamo stati chiamati per dare fastidio, a noi sono affidate mediazioni della grazia che darebbero i brividi a chiunque; non abbiamo meritato tutto ciò, ma lo abbiamo ricevuto in dono, ed ora questa grazia sta passando attraverso quel “vaso di creta” che siamo, ma non possiamo immaginare che il Maligno si limiti soltanto ad osservare la nostra opera. Piuttosto egli è all’opera per convincerci che i nostri limiti sono più inesorabili della divina provvidenza e più invincibili della grazia di Dio. Basta soltanto dargli credito su questi due semplicissimi passaggi per smettere di combattere, vigilare, sperare, e infine custodire il nostro ministero nella gioia. È fondamentale reagire, ricordandoci che siamo attaccati, e che al nemico fa comodo la nostra desolazione.

La seconda considerazione riguarda la nostra vita fraterna, la vita comune del presbiterio diocesano (ma in questo ambito vorrei che anche i diaconi si sentissero coinvolti). In una strategia di attiva reazione alle insidie del nemico non possiamo illuderci di potercela fare da soli. Fra di noi non vi sono i meno bravi e i più dotati: la grazia del Signore può passare potentemente anche dalle mani e dalla voce di chi fra noi (e secondo il mondo) sembrerebbe avere meno risorse. Noi abbiamo bisogno di fratelli a cui appoggiarci, da cui cercare conforto, anche solo per sentirci per qualche istante sollevati da un peso o anche solo per concederci un tempo di sana evasione. Vorrei prendere qui in prestito le parole di due Arcivescovi di Milano: Tettamanzi e Delpini. Il primo, scrivendo ai suoi sacerdoti dopo un tempo in cui la cura della sua salute aveva richiesto riposo e tranquillità, ha scritto:

Ci è chiesto il superamento di ostacoli o di veri e propri peccati contro la comunione fraterna, come la freddezza, la distanza, la disistima, l’invidia, la maldicenza, le rivalità, il rifiuto del perdono: atteggiamenti questi che screditano la nostra missione di preti presso il popolo di Dio, anzi talvolta contraddicono frontalmente lo stesso comandamento nuovo dell’amore. In tal senso, la coscienza della nostra debolezza e del nostro peccato ci fa avvertiti che storicamente non c’è comunione senza riconciliazione, così come non c’è riconciliazione senza perdono.

Vorrei ricordarvi che siete seduti accanto ad un essere umano come voi, ad una persona che può sbagliare, può peccare, può farvi del male, ma grazie a Dio è in cammino e non è in grado di essere un male assoluto. Non possiamo cancellare gli errori del passato e soprattutto non possiamo cancellare quella conoscenza dell’altro che l’esperienza ci ha dato, ma possiamo ricordarci che l’altro non coincide con i suoi errori e che abbiamo tutti bisogno di affetto fraterno per ricominciare: ricordate che nel suo discorso sulla Chiesa, l’evangelista Matteo al capitolo 18 colloca la parabola del servo spietato, il quale avendo rimosso la gratitudine per l’ammontare del debito che il padrone gli aveva appena condonato, si accanisce su un suo pari per un debito infinitamente più piccolo. La Chiesa si regge su ciò che questa parabola dice alla nostra vita fraterna.

L’arcivescovo Delpini contribuisce a questa necessità della comunione fra presbiteri attraverso un’altra strada, non meno stimolante:

L’arte di essere contenti viene da una disciplina del pensiero. Si coltiva l’arte di essere contenti quando si impara a dirigere il pensiero per vedere il bene, a coltivare la fiducia, a difendersi dalla tentazione di pensare male, dal sospetto, dal compiangere se stessi, dal continuo rimuginare le offese ricevute, le ingratitudini e incomprensioni. Un pensiero triste è come un pensiero impuro: può affacciarsi alla mente senza che uno lo desideri, ma è una tentazione, e il prete che vuole santificarsi lo respinge appena si accorge d’essere tentato. […] L’arte di essere contenti viene da una disciplina della parola. Ogni parola è una scelta: la scelta di lamentarsi di ciò che non va diventa un motivo per alimentare la tristezza propria e altrui, crea disagio e di solito non produce effetti positivi. Vale forse la pena di scegliere le parole della gratitudine, dell’apprezzamento, della proposta.

Dal canto mio, sento di sottoscrivere ogni parola di questi miei saggi confratelli. Il Signore ci benedica e continui a tenere la sua mano sul nostro capo.

il vescovo Daniele