In questa terza domenica di Quaresima, detta anche domenica della samaritana – poiché ci troviamo nell’anno A che ci permette di ascoltare questo bellissimo Vangelo, il Vangelo della samaritana – siamo aiutati dal dialogo che Gesù intesse con lei ad entrare anche noi in profondità, lasciandoci toccare da una relazione, quella con Cristo, che non è nata e non ci è data per rimanere in superficie.
Gesù e la samaritana si incontrano al pozzo di Giacobbe, ma si incontrano anche rispetto ad un bisogno che li accomuna: ambedue hanno sete. Potremmo individuare in questa comunanza di necessità un esempio ulteriore di quanto per la nostra salvezza sia stata necessaria l’incarnazione del figlio di Dio: proprio perché si è incarnato, Gesù si trova ora accanto ad una donna e può veramente dire come lei “ho sete“. Proprio dall’aver condiviso la nostra natura umana si sviluppa per noi uomini la possibilità di essere salvati, è la sete di Gesù, Figlio di Dio incarnato, a far sì che ci sia un incontro che diventa poi incontro salvifico.
Da questo appagamento del bisogno nascerà un dialogo che porterà via via la samaritana a riconoscere i suoi bisogni più profondi, quelli che Gesù identificherà simbolicamente con “l’Acqua viva” ricevuta la quale non si ha più sete. Si parte dunque da un bisogno, si arriva attraverso un dialogo a riconoscersi nella verità ed in questo sarà necessario il riconoscimento della propria storia anche segnata da fallimenti, da ricerca dell’amore vero, da inconsistenze e caos. Ma proprio perché Gesù fa capire alla donna di sapere quale sia la sua reale condizione, proprio perché l’incontro con Gesù permette alla donna di essere riconosciuta nella verità (e questo è realmente sorprendente per lei) la donna pian piano sarà portata a riconoscere che l’appagamento caotico dei bisogni impulsivi non l’avrebbe mai soddisfatta, e invece proprio l’essere stata riconosciuta nella verità le permetterà ora di ricevere ciò che la soddisferà per sempre: l’Acqua viva, ovvero la presenza di Gesù in lei.
Nel trattato di etica generale viene offerta la possibilità di riconoscere il fatto che noi uomini abbiamo una gerarchia dei valori cui possiamo tendere: al primo livello troviamo i valori infra umani, quelli della sensibilità o della salute o dei bisogni primari. A questo primo livello si realizza l’incontro fra Gesù e la donna. Salendo la scala dei valori troviamo i valori infra morali quelli cioè che riguardano la felicità e la realizzazione dell’uomo, tra di essi troviamo il valore del raggiungimento della felicità, della conoscenza, della ricerca della bellezza. Notiamo come il Signore nel dialogo con la samaritana la porti pian piano ad una crescita dei valori di riferimento: siamo partiti dai valori di base, quelli infra umani e siamo arrivati ad una conoscenza e ad una ricerca della verità che appartiene già alla seconda categoria dei valori, quelli infra morali. Il terzo gradino porta l’essere umano a sviluppare il desiderio di vivere il valore morale ovvero la ricerca del bene in sé, per amore del Bene in se stesso: la donna sembra destarsi alla possibilità di vivere una vita diversa da quella finora condotta, in cui potrà separarsi da tutto ciò che finora non le ha dato la felicità. Infine, il valore religioso, quello dell’incontro con Dio, dell’ascolto del Vangelo: la donna sarà condotta esattamente a questo punto, comprenderà cioè che la vera vita è la vita in cui si incontra Dio, in cui ci si riconosce creature e ci si fa liberare dal suo amore che guarisce e sana.
In un semplice dialogo, vediamo così come il Signore abbia fatto vivere alla donna un viaggio certamente nella verità, ma sostanzialmente di crescita umana e spirituale. La donna non avrà più bisogno di appagare i soli bisogni primari, ora avrà riconosciuto quel percorso di liberazione che è dato a ciascuno, quando si cercano i valori più alti, quelli in cui ci trascendiamo, in cui ci è dato di vivere da figli e dunque di sentire la protezione e la benedizione del Padre. Siamo arrivati fin qui dopo aver ascoltato il canto d’amore del Padre verso il Figlio nella domenica della Trasfigurazione, ricordando quanto all’interno di questo amore il Signore Gesù abbia dato nuova vita a tanti.
Proprio ieri, sabato, nella messa feriale, la Chiesa ci ha donato il famoso Vangelo del Padre misericordioso, meglio conosciuto come il Vangelo del Figliol prodigo. L’evangelista Luca introdurrà le tre parabole sulla misericordia al capitolo 15 con queste parole: “In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola…”. Questa è per noi la seconda luce che riceviamo dal testo: i cristiani si sono spesso ritrovati di fronte ad un bivio nella relazione con i peccatori: la condanna o l’annuncio di conversione. La ricerca della volontà di Dio, il tentativo di essere fedeli, di mettere in pratica i comandamenti e il Vangelo possono indurci, spesso inconsapevolmente, a giudicare i peccatori volendocene separare quanto più possibile. Giudicare il peccatore, definirne la condanna, spesso ci fanno stare al sicuro, sono una modalità indiretta attraverso cui noi arriviamo a dirci: “fortunatamente io non sono come loro” e questo ci fa star bene, ci gratifica, ci tranquillizza. Ma questo non è Vangelo. Ecco dunque che attraverso l’incontro di Gesù con la samaritana possiamo ribadire che noi non siamo fatti per cadere nella trappola del figlio che rimane nella casa del padre e che si ritiene giusto, lasciando spazio all’impietoso giudizio verso il padre e il fratello. Carissimi la vicenda della samaritana al pozzo di Giacobbe ci ricordi anche qual è da sempre l’autentica missione per ogni cristiano, riconoscere che anche a noi è dato un pozzo a cui attingere l’acqua ed in cui incontrare un fratello o una sorella che ha bisogno di conoscere la realtà di Dio. Anche a noi è dato quotidianamente un luogo in cui incontrare chi è confuso, che è alla ricerca dell’amore vero, chi ha bisogno di vivere nella verità. Questa è la strada da percorrere. Se dunque qualcuno in mezzo a noi si trova a condividere la vita dei peccatori, a non disdegnare la loro frequentazione, anzi addirittura a cercarli, ricordiamoci di non giudicarlo ma di riconoscere che sta vivendo nel qui ed ora della sua storia la stessa ricerca di Gesù, la stessa amorevole passione per l’uomo bisognoso di redenzione. Che non accada anche a noi di giudicare quei cristiani in missione perché mangiano con i peccatori: non avremmo ancora capito perché abbiamo ricevuto la fede e perché continua ad essere annunciato il Vangelo, che è la verità di Dio per noi.

