Omelia Santa Messa – II domenica di Quaresima

01-03-2026

Nella seconda di domenica di Quaresima ritroviamo come in ogni ciclo liturgico il Vangelo della Trasfigurazione, ma in questo anno esso è preceduto da un bellissimo testo tratto dal libro della Genesi: la vocazione di Abramo, e da una pagina stupenda sulla vocazione cristiana tratta dalla seconda lettera di San Paolo apostolo a Timoteo. Non possiamo dunque non leggere il famoso episodio della Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor alla luce di questi due testi che sembrano condurci non tanto e non soltanto alla contemplazione quanto piuttosto ad una meditazione sulla dinamica della vocazione cristiana.

Gesù trasfigurandosi ci fa vivere in anticipo la gloria della risurrezione ed il compimento della passione: sembra dirci questo è il mio e vostro destino. Non dimentichiamoci che la Trasfigurazione non è solo la manifestazione della gloria del Cristo ma è anche una Teofania: il Padre annuncia il suo amore e il suo compiacimento per il Figlio. Non dobbiamo trascurare questo aspetto poiché la Trasfigurazione è sostanzialmente la manifestazione dell’amore trinitario: la gloria del Figlio è anche evidenza dell’amore appassionato del Padre nello Spirito e le parole del Padre sono un canto appassionato d’amore per il Figlio.

Non vogliamo dimenticare che l’opera del Figlio ci è stata data non solo perché per noi fosse chiaro l’amore di Dio e il desiderio trinitario di salvezza per l’umanità, ma l’opera del Figlio c’è stata data perché noi potessimo diventare figli come Lui ci ha mostrato: dunque, nelle sue vesti bianche e lucenti non possiamo non vedere anche la veste bianca che ci è stata consegnata nel giorno del battesimo, nella sua gloria non possiamo non vedere anche la nostra gloria e i due testi che precedono il Vangelo sembrano dirci come arrivare fin lì, come arrivare al nostro Tabor e come fare in modo che questo desiderio non si spenga, non si affievolisca.

I due testi ci dicono cosa fa Dio quando chiama. La sua chiamata ci dà una nuova identità: così è per Abramo non è più un uomo anziano senza discendenza e dunque un uomo che non ha più un legame con il passato e non ha possibilità di di creare legami con il futuro, ma diventerà padre di una moltitudine di genti e questo soltanto per l’intervento di Dio nella sua storia. Molto interessante quel passaggio in cui il testo dice: “vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò“. Questo passaggio sembra dirci e ricordarci che ogni vocazione – dando una nuova identità al chiamato – di fatto si pone come una radicale novità rispetto al suo passato, come a dirci che l’identità non te la dà più la tua storia, non te la dà più la tua famiglia, non te la danno più i tuoi errori, e non te la daranno più le sicurezze umane; l’identità nuova te la dà Dio: se tu rimani legato alle aspettative della tua famiglia, alle aspettative che il passato ha su di te, e ai condizionamenti che il passato ancora continua ad alimentare nella tua storia, non riuscirai neanche minimamente a concepire cosa può fare il Signore di te se ti fiderai della sua parola. Una conferma della radicale novità che produce la benedizione e la vocazione di Dio nella storia del chiamato e insieme una conferma di quanto a questa benedizione debba essere legato un consenso totale di colui che ha ricevuto la grazia, ce lo ricorda la vicenda di Agar e Ismaele: Abramo crede ma non pienamente, crede ma non vede realizzarsi subito le promesse di Dio, così si dà da fare per avere una discendenza e si unisce alla schiava Agar. Quante volte anche noi, in un impeto di commozione, crediamo alle consolazioni di Dio e alle sue promesse, ma poi ritorniamo sui nostri passi ci riprendiamo la vita, la gestiamo secondo le nostre forze, ci basta Agar, e così le promesse di Dio diventano inconsistenti perché ancora una volta abbiamo puntato tutto su ciò che era alla nostra portata. No, la promessa di Dio era Isacco, non Ismaele. Ricordiamolo sempre: le promesse di Dio sono per noi corrispondenti ad un bene infinitamente grande e il fatto di non poterle meritare non ci porti sulla soglia di una fiducia parziale che possiamo dare ad esse.

Così anche nella seconda lettura tratta dalla seconda lettera di San Paolo a Timoteo troviamo parole consolanti:  “Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia”. Egli ci ha salvati dandoci una vocazione, e questa vocazione non ha assolutamente un legame di dipendenza con le nostre opere, non è meritata e qui c’è tutta la novità di Dio. Noi procediamo secondo i meriti e ci sembra che questo processo abbia un senso sempre e dovunque, ma non nella realtà di Dio. La realtà di Dio è nell’immeritato, e il dono che Dio fa è sempre immeritato da parte di chi lo riceve. Ecco anche spiegato il senso della Quaresima: attraverso la penitenza, la conversione, le mortificazioni noi vogliamo tenere vivo questo desiderio, noi vogliamo tenere viva questa fede noi non vogliamo cedere a quella desolazione che ha portato Abramo ad unirsi ad Agar poiché non vedeva subito realizzate le promesse di Dio. La Quaresima serve così per allenare il nostro corpo, la nostra psiche e il nostro spirito in modo unitario, tenendo viva l’attesa e con l’attesa la fiducia.

il vescovo Daniele