Omelia nella Messa di Ordinazione di P. Ludovico Maria Gadaleta, Rosminiano Stresa, 5 Ottobre 2019

05-10-2019

Carissimi Fratelli e Sorelle, Sia lodato Gesù Cristo!

Grazie di cuore per l’invito a condividere con voi la gioia dell’Ordinazione presbiterale di p. Ludovico; e grazie, in particolare, alla Famiglia Rosminiana, a cui, come Oratoriano, mi sento legato per la devozione che il B. Rosmini ebbe al mio Padre san Filippo Neri, come per la sua sintonia di pensiero, di azione e di vita spirituale con il B. Joh Henry Newman: la mente ed il cuore di questo grande figlio di san Filippo, che fra una settimana sarà proclamato Santo, li troviamo magnificamente espressi anche nelle preziose Massime di perfezione cristiana del B. Rosmini: «1. Desiderare unicamente e infinitamente di piacere a Dio, cioè di essere giusto. 2. Rivolgere i propri pensieri e le azioni alla crescita e alla gloria della Chiesa di Gesù Cristo. 3. Accettare serenamente tutto ciò che avviene per disposizione di Dio riguardo alla Chiesa di Gesù Cristo, lavorando per essa secondo la chiamata di Dio. 4. Abbandonarsi alla provvidenza di Dio. 5. Riconoscere intimamente la propria pochezza. 6. Ordinare con intelligenza tutte le occupazioni della propria vita».

La devozione di Rosmini per san Filippo Neri, testimoniata fin dal suo– “Lo spirito di S. Filippo Neri” – scritto giovanile rivisto e ritoccato fino alla edizione definitiva del 1843 (dodici anni prima della sua morte), è documento prezioso della sua maturazione spirituale e intellettuale, come scrive Fulvio De Giorgi nell’introduzione all’ultima edizione del Saggio: «Tra il Neri e il Rosmini esiste uno stretto legame. La vita spirituale di Rosmini fu intimamente permeata dallo spirito filippino»; e cita Romano Guardini che inserisce il Rosmini «tra gli “oratoriani” dell’Ottocento considerando l’esperienza dell’Oratorio come una corrente interna di una tradizione più ampia – quella della theologia cordis – che accosta Rosmini al filippino Newman e a Gratry»: «l’esperienza rosminiana – continua De Giorgi – maturava all’interno dell’esperienza filippina. Lo “spirito” di Rosmini si modellava sullo spirito di S. Filippo Neri, non attraverso una ripetitiva e piatta ripresa di luoghi tradizionali, ma attento al clima culturale del suo tempo, ai suoi grandi indirizzi di fondo, alla ricerca intellettuale più aggiornata, sensibile a quelli che gli apparivano come i nuovi ed autentici bisogni spirituali, in un disegno consapevolmente perseguito e fondato sulla convinz che la spiritualità filippina fosse la base più idonea, più adeguata ai tempi, per una rinnovata azione educativa, catechetica e pastorale». «Filippo – leggiamo nel Saggio di Rosmini – ama la giovialità […] ama le amicizie, le strette unioni degli animi […] ci santifica queste nostre amicizie, ce le rende costanti e perfette»: la sua è «una religione di viso leggiadro ed amabile alla natura umana». Questa esperienza – scrive ancora De Giorgi – «veniva ad informare i principi pedagogici di fondo, quale che fosse poi il metodo che si intendeva adottare: l’educatore deve aprire il suo cuore alla legge divina; deve parlare al cuore dei suoi discepoli; deve calare il suo insegnamento nelle situazioni concrete e specifiche dei discepoli quasi ponendo il suo cuore nel loro». Significativa l’affermazione di Rosmini nel Saggio sull’unità dell’Educazione: «il fine di tutta l’educazione è la formazione del cuore umano»: che è la formazione integrale della persona; e “cuore” vi ricorre nello stesso significato in cui spesso lo troviamo nella letteratura filippina, quando il p. Tarugi, ad esempio, sintetizza così il metodo formativo oratoriano: «Fine del nostro Istituto è di parlare al cuore». Scriveva Rosmini: «Come Filippo non vivea più egli ma in Filippo Cristo, e con Cristo era fatto una cosa, così vivea Filippo negli altri uomini, e una cosa era reso con essi, e l’amore tutto a tutti il faceva, parvolo coi pargoli, reo co’ rei, giusto co’ giusti. O amabil Filippo, se a te mi rivolgo, sì basso e da nulla come io sono, in te ritrovo nulla di meno che me stesso».

Carissimo p. Ludovico,

per te in particolare, e anche per tutti noi, risuona oggi, nella I Lettura, la parola del Signore: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni». E anche tu Gli rispondi: «Ahimé, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane» e ascolti la parola di chi ti ha scelto e chiamato: «Non dire: Sono giovane, ma va’ da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti… Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca» (cfr. Ger 1, 4-9).

Questa Parola che Dio ti consegna è Gesù Cristo, la Parola del Padre divenuta Carne per la nostra salvezza; è la Verità, e la Verità è Lui presente e vivo nella Sua Chiesa. E’ in Lui che ricevi la consacrazione che ti imprime il carattere indelebile e la potestà di agire in Persona Sua, “in Persona Christi”.

Il primo atto del ministero che svolgerai è di rispondere, dunque, all’amore di Cristo vivendo l’amicizia con Lui, nella convinzione sempre rinnovata che «mihi vivere Christus est», come dice san Paolo: per me vivere è Cristo (Filip.1,21), e «questa vita che vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal. 2,20). «No, non una formula ci salverà, ma una Persona e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi!» come san Giovanni Paolo II scriveva nella “Novo Millennio Ineunte”.

Ho chiesto poco fa, con la formula rituale, se sei degno di essere ordinato sacerdote.

Il primo segno del tuo esserne degno è la consapevolezza – che certamente hai – della tua inadeguatezza; quella che Geremia ha espresso dicendo: «Ahimè, Signore Dio, non so parlare».

Nella nostra povertà entra la forza del Signore e compie il prodigio di costituire un uomo sacerdote in eterno. E’ questo, carissimo P. Ludovico, il senso del Sacerdozio, dono e mistero; ed è per questo che primo compito del consacrato è di restar fedele, lungo tutto il corso della vita, all’opera di Dio, senza affogare lentamente nella routine, ma diventando ogni giorno di più un vero uomo dello Spirito. Solo dove «il ministero sacro è vissuto così, – insegnava Papa Benedetto XVI – in un’interiore apertura allo Spirito Santo e al suo agire, non si dà nessun irrigidimento istituzionale», conformemente a ciò a cui è chiamata la Chiesa stessa: «mantenere il più possibile esili le istituzioni amministrative, lungi dall’iperistituzionalizzarsi».

Sii uomo dello Spirito, carissimo p. Ludovico, dello Spirito Santo, non di qualunque spirito! Prendi sul serio la tua umanità, come la prende sul serio Dio e lascia che Egli la plasmi con la Sua Grazia! E’ questo che ci mette al riparo dal “clericalismo” e ci consente di vivere, di annunciare il Vangelo e di essere servitori della salvezza senza estraneità e avvilenti paternalismi; e che ci mette al riparo dal “secolarismo” dal vivere «nel mondo» diventando «del mondo», assumendone gli “schemi”, annacquando la straordinaria originalità del Fatto cristiano.

Il Signore Gesù ce ne ha tracciato, nel Vangelo (Lc 10, 1-9) il programma e il metodo: «li inviò a due a due davanti a sé, poiché – diceva loro – la messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali […] mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

Ti lascio come ricordo di questo giorno fondamentale nella tua vita, alcuni punti di quanto il S. Padre Francesco scriveva recentemente ai Sacerdoti nel 160° della morte del santo Curato d’Ars:

  • Il “Sì”. «Un giorno abbiamo pronunciato un “sì” che è nato e cresciuto nel seno di una comunità cristiana grazie a quei santi «della porta accanto» che ci hanno mostrato con fede semplice quanto valeva la pena dare tutto per il Signore e il suo Regno. Un “sì” la cui portata ha avuto e avrà una trascendenza insospettata, e molte volte non saremo in grado di immaginare tutto il bene che è stato ed è capace di generare».
  • La fedeltà di Dio. «È veramente significativo che, in una società e in una cultura che ha trasformato “il gassoso” in valore ci siano persone che scommettano e assumano impegni che esigono tutta la vita. Questo ci invita a celebrare la fedeltà di Dio che non smette di fidarsi, nonostante i nostri limiti e peccati, e ci invita a fare lo stesso».
  • Davanti al Signore. «Sappiamo che non è facile restare davanti al Signore lasciando che il suo sguardo percorra la nostra vita, guarisca il nostro cuore. È nella preghiera che sperimentiamo la nostra benedetta precarietà che ci ricorda che siamo discepoli bisognosi dell’aiuto del Signore. In questo senso, vi incoraggio a non trascurare l’accompagnamento spirituale. Cercatelo, trovatelo e godete la gioia di lasciarvi curare, accompagnare e consigliare. È un aiuto insostituibile per poter vivere il ministero facendo la volontà del Padre (cfr Eb 10,9) e lasciare il cuore battere con “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”» (Fil 2,5).
  • Con Maria. «L’anima mia magnifica il Signore» (Lc 1,46). È impossibile senza contemplare Maria. Tutta la sua vita è stata condensata nel suo canto di lode. Se il nostro sguardo inizia a indurirsi, o sentiamo che l’apatia o la desolazione vuole mettere radici e impadronirsi del cuore, contempliamo Maria e intoniamo il suo canto di lode».

Il Signore Gesù ti aiuti, p. Ludovico, con la Sua grazia; la Madonna SS., nostra Madre, aurora della Redenzione, ti accompagni; i nostri Santi intercedano per te.

Sia lodato Gesù Cristo!