Omelia nella IV Domenica di Pasqua Ivrea, Cattedrale, 3 Maggio 2020

03-05-2020

Carissimi Fratelli e Sorelle, sia lodato Gesù Cristo!

1. Avevamo sperato che questa fosse l’ultima domenica senza la vostra presenza in chiesa, e che da domenica prossima, 10 maggio, nella cosiddetta “fase 2” che inizia domani, si potesse riprendere con un minimo di normalità, certamente nell’osservanza scrupolosa di tutte le norme di protezione anti-contagio, compresa la cura nel mantenere le distanze di sicurezza tra i fedeli presenti in chiesa, in locali, cioè, che permettono l’applicazione delle norme ben più di altri dove invece è possibile recarsi.

La C.E.I. aveva trattato con il Governo Italiano, ma la risposta comunicata dall’Autorità governativa la sera del 26 aprile è stata negativa: unica concessione, la presenza, ai funerali, di 15 parenti stretti dei defunti. Immediatamente, in termini chiarissimi, la Conferenza Episcopale ha espresso il suo disaccordo. Ciò che poi, da quel momento è seguito lo conosciamo… E non è solo delusione ciò che proviamo; è profonda amarezza.

2. Oggi, domenica IV di Pasqua, celebriamo, come ogni anno, la Giornata di preghiera per le vocazioni: e “per le vocazioni” significa: perché quelli che Dio chiama rispondano con generosità; e perché i chiamati trovino nella Chiesa la formazione che li prepara al servizio di Dio e del popolo cristiano, il cui supremo interesse è la salvezza eterna, come ci ricorda oggi anche la preghiera iniziale della Messa: «Guidaci al possesso della gioia eterna, Dio onnipotente e misericordioso, perché l’umile gregge dei tuoi fedeli giunga con sicurezza accanto a te, dove lo ha preceduto il Cristo, suo pastore».

La S. Liturgia, la più alta scuola di vita cristiana, va diritto all’essenziale. La «gioia eterna», il pieno, eterno abbraccio che Dio ci dà al termine del nostro cammino su questa terra è la questione più grande e importante di tutta la nostra vita: questo è il fine per il quale siamo stati creati ed esistiamo, e perdere questo abbraccio – Gesù dice senza equivoci che il pericolo c’è! – non è perdere qualcosa: è perdere tutto: non varrebbe la pena di vivere se poi tutta la nostra persona non raggiungesse lo scopo vero del suo esistere.

Il nostro Pastore – Dio fatto Uomo per la nostra salvezza – Gesù Cristo nostro Signore, non solo ci precede e ci attende, ma ci accompagna nel cammino verso questa meta luminosa. Abbiamo ascoltato le sue parole: «Le pecore ascoltano la mia voce: io le chiamo ciascuna per nome, e le conduco fuori, cammino davanti a esse, ed esse mi seguono perché conoscono la mia voce. Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Tutta la vita cristiana è dentro a questo rapporto con Gesù: rapporto di conoscenza reciproca e di sequela, che coinvolge la persona di ognuno, individualmente ma non individualisticamente: dentro ad una comunità. Il Pastore è Pastore del gregge… e il gregge è la Chiesa in cui Egli, Risorto, è presente, e la nutre con la Parola e i Sacramenti attraverso il ministero sacro di coloro che Egli ha scelto e che hanno risposto alla Sua chiamata. Bellissimo il testo del Prefazio dell’Ordinazione

sacerdotale: «Hai voluto, o Padre, che l’unico sacerdozio del Tuo Figlio fosse perpetuato nella Chiesa. Egli comunica il sacerdozio regale a tutto il popolo dei redenti, e con affetto di predilezione sceglie alcuni tra i fratelli che mediante l’imposizione delle mani fa partecipi del suo ministero di salvezza. Tu vuoi che nel suo nome rinnovino il sacrificio redentore, preparino ai tuoi figli la mensa pasquale, e, servi premurosi del tuo popolo, lo nutrano con la tua parola e lo santifichino con i sacramenti. Tu proponi loro come modello il Cristo, perché, donando la vita per te e per i fratelli, si sforzino di conformarsi all’immagine del Tuo Figlio,e rendano testimonianza di fedeltà e di amore generoso».

E’ per la risposta a questa chiamata che noi oggi preghiamo, e perché chi l’ha accolta la viva con fedeltà.

Ma la preghiera è anche per chi, nella Chiesa, è chiamato alla vita laicale, al sacerdozio regale dei fedeli, al servizio della quale è posto il ministero dei Sacerdoti.

Un giovane santo della nostra terra, il beato Pier Giorgio Frassati che si è consegnato totalmente a Cristo nella vocazione di laico cristiano, in una società in cui faceva la voce grossa chi combatteva la fede cristiana, scriveva ad un amico, ancora pochi mesi prima di morire: «Ogni giorno più comprendo quale Grazia sia essere Cattolici. Poveri disgraziati quelli che non hanno una fede: vivere senza una fede, senza sostenere in una lotta continua la Verità non è vivere ma è vivacchiare. Noi non dobbiamo mai vivacchiare ma vivere perché anche attraverso ogni disillusione dobbiamo ricordarci che siamo gli unici che possediamo la Verità, abbiamo una fede da sostenere, una Speranza da raggiungere, la nostra Patria. E perciò bando ad ogni malinconia che vi può essere solo quando si perde la fede. In alto i cuori e sempre avanti per il trionfo del regno di Cristo nella società».

Un suo amico testimonia: «La sua era una fede prorompente»: una fede che abbracciava tutto l’umano – tutto, senza accontentarsi di soluzioni limitate e provvisorie – e che dall’Eucaristia traeva la forza.

Amici, si è originali se si torna all’origine! Sia lodato Gesù Cristo!