Omelia della V Domenica di Pasqua Ivrea, Cattedrale, 10 Maggio 2020

10-05-2020

Carissimi Fratelli e Sorelle, Sia lodato Gesù Cristo!

«A tutti i credenti in Cristo dona, o Padre, la vera libertà e l’eredità eterna» prega oggi la Chiesa in questa domenica V di Pasqua in cui nel Vangelo tornano a risuonare le parole di Gesù agli Apostoli nell’Ultima Cena: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in me».

Il turbamento del cuore intacca la libertà, e una libertà malata rende precario il cammino verso l’eredità eterna, che è in atto già ora, nei fragili giorni della nostra esistenza terrena, e che  sarà piena e definitiva nell’Aldilà.

Libertà è essere – meglio: è crescere, diventare – veri uomini, vere donne nella comunione con Cristo.

Nella II Lettura della Messa, parlando della costruzione di «un edificio spirituale» fondato sulla «pietra viva che è Gesù Cristo», san Pietro fa eco alla Parola di Gesù: «Chi crede in me compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi, perché io vado al Padre».

Le opere più grandi sono la vita dei Santi: i Santi di tutte le epoche e di tutte le condizioni, canonizzati o no. E’ per questo che la Didaké, composta negli stessi anni in cui il Nuovo Testamento stava venendo alla luce, afferma: «Contemplate ogni giorno il volto dei santi, ricercate ogni giorno la loro compagnìa». I Santi sono lo specchio che meglio riflette il Volto di Cristo, la Sua presenza nella storia… «In essi e con essi – diceva il beato Charles de Foucault –  contempliamo Colui la cui contemplazione ha riempito la loro vita» , e san Francesco di Sales diceva: «Tra il Vangelo e le vite dei Santi non passa maggiore differenza di quella che passa tra una musica scritta e una musica cantata».

I Santi risplendono ai nostri occhi come testimoni dell’opera che la Grazia divina realizza in chi si lascia davvero coinvolgere nella storia d’Amore che è la storia della Salvezza.

Essi ci ricordano che al cammino della santità tutti siamo chiamati in virtù del Battesimo; che la salvezza è opera del Signore che sollecita e sostiene la parte che spetta a noi: il riconoscimento dei nostri limiti e dei nostri peccati, il desiderio e la volontà di cambiamento, l’impegno di aderire a Colui che è «la Via, la Verità e la Vita», l’accoglienza del Suo perdono che sempre ci chiede la decisione di orientare diversamente la nostra libertà.

Non manchiamo, Amici, di leggere le vite dei Santi, sia di altri tempi, sia di tempi a noi più vicini: ce ne sono tante, frutto di onesta ricerca storica, e anche di piacevole lettura… Scopriremo in essi i testimoni della verità di ciò che Gesù ha detto: «Chi perderà la sua vita per me la troverà». Troverà la vita, non solo nell’Aldilà, ma già ora, nelle circostanze dell’esistenza, nel chiaro e nell’oscuro di tanti momenti. Già ora troverà la Vita nella vita, poiché nessuna evanescenza, nessuna evasione dalla realtà è compatibile con il cristianesimo che è l’abbraccio di Dio all’umano, a tutto l’umano.

Costruire l’edificio  spirituale, vivere nella libertà che Cristo dona, è il miracolo che accade nella vita dei santi. Ed è questo che li strappa dal turbamento, e genera in essi un amore per la vita che non hanno molti di coloro che pure credono di amarla…

Mi ha sempre colpito questo amore per la vita testimoniato da tanti Santi, anche nel momento in cui l’esistenza terrena si chiudeva per loro ed essi anelavano a contemplare senza veli il Volto radioso del loro Signore.

«Una parente – racconta il primo biografo di santa Rita – fu a visitare Rita morente nel monastero delle Agostiniane di Cascia e nel partire le chiese se da casa sua, a Roccaporena, volesse cosa alcuna. Rita rispose che avrebbe desiderato una rosa e due fichi del suo orto”. Il desiderio di vedere quella rosa e quei due fichi non è un momento di debolezza nel suo abbraccio a Cristo che veniva a prenderla: è perfettamente in linea con la sua vita vissuta in Cristo… Ci verrebbe da dire: sta per arrivare il Signore e tu pensi al tuo orto?  Certo, perché Rita è cristiana, e anche quell’orto amato e lavorato fa parte del suo rapporto con Cristo!

E’ ciò che vediamo anche in san Francesco d’Assisi: morente, disteso sulla nuda terra come aveva voluto, con le dolorose stigmate di Cristo sulle mani, sui piedi e sul costato, aveva espresso in quel momento di avere uno dei dolcetti al miele che donna Jacopa gli preparava… E il giovane principe san Luigi Gonzaga, novizio gesuita, che a Roma serviva gli appestati nell’epidemia del 1592 e morì contagiato, richiesto un giorno, durante la ricreazione della comunità, che cosa avrebbe fatto se gli avessero comunicato che in quel momento era chiamato all’eternità, rispose: “Continuerei a giocare a bigliardo…”.

«Non si turbato il vs cuore. Abbiate fede in me». Ci sono commenti più incisivi?

In Cristo Gesù vivevano tutto ciò che vivevano!

Dobbiamo chiederci, Amici, come e con Chi noi stiamo vivendo anche questa dolorosa prova del Coronavirus.

Mi viene alla mente quanto scrisse Etty Hillesum, morta ad Aushwiz n 1943: «Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle nostre piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, allora è stato inutile».

Sia lodato Gesù Cristo!