Omelia Santa Messa, benedizione e imposizione delle ceneri

18-02-2026

“Ci hai fatti per te (Signore), e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te. Di’ all’anima mia: «La salvezza tua io sono». Rincorrendo questa voce, io ti raggiungerò” (S. Agostino, Le Confessioni, 1,1.5).

Così, sant’Agostino, all’inizio del suo famoso “Le Confessioni” e con questa felice espressione sembra definire perfettamente il motivo per cui viviamo la Quaresima. C’è un grado di separazione, una distanza cui ci siamo abituati, che sentiamo come normale o inevitabile. C’è un male, un peccato, una riduzione progressiva della nostra libertà che percepiamo come inesorabile o più forte di noi (addirittura siamo arrivati a pensare che coincida con noi). Ci sono diverse cause che ci rendono tristi, diversi eventi che ci hanno tolto da tempo il sorriso e ci stiamo abituando a questo stato d’animo, ormai fa parte di noi.

Il male – forse non lo abbiamo ancora ben capito – produce questo effetto: l’abitudine. Toglie la differenza con il bene, elimina la distanza con esso, si attacca come l’edera al tronco fino a toglierti la vita. Ti cambia l’occhio: è come una cataratta, non ti accorgi subito che sta scendendo, ti sembra che ciò che vedi (e come lo vedi) corrisponda al vero.

Ma lo Spirito “con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26) non fa riposare il cuore (ancora sant’Agostino) e ci fa sentire una leggerissima voce interiore che sembra dirci: “non va bene così, non puoi continuare così, questa non è vita”.

Soltanto che la vita feriale, quotidiana, ordinaria non ci permette di ascoltare bene questa voce, non ci permette di darle credito, di pensare che ci stia dicendo la verità, di cogliere l’attimo e così arriva la Quaresima che blocca l’ordinario e ci offre i mezzi necessari per invertire la rotta, cambiare la direzione, riprendere il giusto sentiero, quello che porta alla meta: “Rincorrendo questa voce, io ti raggiungerò”.

Come ho voluto ricordare nel mio Messaggio per la Quaresima 2026 la Quaresima è quel mezzo che la Chiesa (madre) nel corso dei secoli ha messo a disposizione dei suoi figli per riportarli alla casa del Padre (i paenitentes) o farli entrare in questa beata dimora per la prima volta (i catecumeni, ne abbiamo otto in Diocesi che riceveranno i sacramenti dell’iniziazione a Pasqua). Dunque da sempre è quel tempo santo e propizio che ci viene offerto per risvegliarci, prendere coscienza che ci sia una distanza fra il bene e il male, donare nuovo vigore alle nostre membra e ritornare, essere riammessi ad una più piena comunione, eliminare la separazione, ristabilire la comunione.

Quali segni e strumenti la Chiesa mi chiede di utilizzare in questo tempo propizio? Anzitutto le Ceneri. Potrei dirmi: “Cosa faccio di male? Faccio già così tanta fatica ogni giorno! Porto avanti tutti i miei doveri!”. Le Ceneri che oggi un ministro porrà sul mio capo sono a ricordami che questo lo fanno tutti, ma la fede che ho ricevuto in dono mi chiede di scegliere il Vangelo come regola di vita, di frequentare le sue pagine, di dargli credito. Le Ceneri inoltre mi ricordano che il vero obiettivo non è far tutto bene su questa terra, ma poter gustare la vita eterna già in questa vita per poi assaporarla a pieno dopo aver attraversato la grande paura della morte. Infine le Ceneri sono a dirmi che non mi sono dato da solo la vita ed essa – in ultima analisi – non è nelle mie mani.

Poi la preghiera. Da vivere con decisione, da cercare, da difendere. Per questa preghiera serve un tempo dedicato, difeso appunto, serve darsi una disciplina. Vi si entra con il silenzio e la si alimenta con la Scrittura. Il silenzio mi aiuterà a percepire con maggiore chiarezza la voce di Dio che mi dirà con sant’Agostino “La tua salvezza sono io”, la preghiera sui testi scritturistici che la liturgia mi propone mi aiuterà a “rincorrere la Sua voce” senza desistere, e comprendendo sempre di più quali passi compiere e come affrontare il nemico. Per praticare una preghiera ancor più mirata, sostenuta dalla Scrittura e da questa essere sorretta nella fedeltà vi è un ottimo testo: “Contro i pensieri malvagi” di Evagrio Pontico. In esso l’autore – monaco del IV secolo – riporta dei testi biblici che ha individuato come particolarmente efficaci contro ciascun vizio capitale: utilizzare quelle citazioni, mi aiuterà a vederci più chiaro e ad essere più forte.

Il digiuno: come Gesù stesso chiarisce nei Vangeli, serve per ricordarmi che mi manca lo sposo, per farmi accorgere delle tante dipendenze a cui ho legato in modo illusorio la mia vita. Ricordo che non significa non mangiare per un giorno intero ma rinunciare almeno ad un pasto in quel giorno della settimana in cui ho pensato di viverlo, o rinunciare ad un cibo o bevanda particolare. Nel suo discorso numero 207 per la Quaresima Sant’Agostino dirà che: “Più facilmente ti obbedirà la tua carne nel non desiderare cose altrui se tu sei abituato a tenerla a freno anche nelle cose tue. Però ti devi guardare dal pericolo di mutare, anziché diminuire i piaceri”. Il profondo realismo del nostro santo ci ricorda che noi possiamo trovare tante vie d’uscita al digiuno, auto assolvendoci, ma gli effetti del digiuno inizieranno a farsi sentire soltanto se ne vivremo la mortificazione che esso provoca e che a livello spirituale risulta molto salutare anche se attualmente molto impopolare. In un altro discorso quaresimale il santo di Ippona aggiungerà che: “Il Signore biasima i digiuni di chi è in lite, vuole digiuni di uomini pii. Biasima gli oppressori, vuole chi dia conforto. Biasima coloro che creano inimicizie, vuole coloro che se ne liberano. In questi giorni pertanto moderate i desideri delle cose lecite per astenervi del tutto da quelle illecite”.

L’elemosina. Sant’Agostino sosteneva che ci sono due elemosine perfette: dare e perdonare. Sono infiniti i testi della Scrittura, – anche solo dell’Antico Testamento – che ci ricordano quanto l’elemosina e il digiuno vadano vissuti in particolar modo per aiutare a risorgere fratelli e sorelle prostrati dalla vita e dalle ingiustizie. Questa sembra la via privilegiata per vivere l’elemosina: prendermi l’impegno di aiutare un fratello a risollevarsi, ritrovando la dignità perduta e insieme provare a dilatare lo spazio della mia capacità di voler bene, arrivando a perdonare coloro che mi hanno fatto del male o comunque pregando incessantemente perché questa grazia mi sia fatta. Non sprechiamo questo tempo santo, ma chiediamo al Signore di viverlo come esperienza di conversione e di rinnovamento, entriamo con Gesù in questo deserto spinti dallo Spirito volendo riprendere fra le mani la nostra figliolanza divina.

Buona Quaresima!

il vescovo Daniele