Lettera Pastorale per il triennio 2026/2029

Introduzione

Noi siamo particolarmente affezionati al brano evangelico dei Magi: abbiamo ad Ivrea la Cappella dei Tre Re presso il Santuario del Monte Stella, e con l’Epifania ha inizio solennemente, in Cattedrale, lo storico Carnevale eporediese. Ma forse non tutti sanno che i Magi sono raffigurati ben due volte presso il complesso paleocristiano della Pieve di San Lorenzo a Settimo Vittone (sec. IX). Ho avuto la possibilità di visitarlo e ne sono rimasto affascinato. Mi ha molto colpito entrare in un edificio sacro che è fra i più antichi della nostra diocesi, e immaginare quanti vi si erano recati prima di me per ricevere il battesimo e nutrire la fede. In secondo luogo sono rimasto ammirato da quanto rappresentato nelle pareti interne: vi erano soprattutto scene della Natività e dei santi. In una di queste (il re) Baldassarre indica con un dito la stella cometa: un uomo non appartenente al popolo eletto, un pagano, aveva seguito “un segno” per lui molto attraente – una stella – perché avrebbe condotto lui e i suoi compagni ad adorare “il Re dei giudei”. Matteo ci dice che al vedere la stella sopra il luogo dove si trovava il bambino, i Magi provarono “una gioia grandissima” (Mt 2,10). Uomini estranei alle promesse d’Israele seguono un segno, quel segno li porta laddove è appena nato il Salvatore, ed essi provano una grande gioia, lo adorano, gli offrono doni.

Ecco il motivo di questa lettera (e delle immagini che l’accompagnano): anche noi come famiglia diocesana, nel tempo che il Signore vorrà donarci, ci mettiamo alla ricerca di quei segni attraverso cui il Salvatore si farà trovare, soprattutto da chi non lo ha mai conosciuto, da chi finora ha solo sentito parlare di Lui.

Capiremo di aver seguito il segno giusto quando anche noi proveremo una grande gioia, torneremo ad adorarlo “distruggendo”come San Savino i nostri idoli, e infine vorremo donargli non più solo oro, incenso e mirra, ma la nostra stessa vita.

La visione cristiana del tempo

La lingua greca conosce tre vocaboli per esprimere il concetto di tempo: aión (successione senza un termine/eternità), chrónos (il fluire del tempo) ed infine kairós (il tempo come occasione, il tempo propizio e favorevole, il tempo che può favorire un processo che immette vita nella storia, il tempo in cui la “voce” di Dio si fa più chiara e nitida). Vi sono inoltre almeno due diverse concezioni del tempo che ci tornano utili perchè ne descrivono il movimento: quella ciclica, in cui il tempo torna ed è come soggetto ad una sorta di ripetitività, propria della cultura greca e dei popoli primitivi; e quella lineare, in cui il tempo ha una direzione (è condotto da Dio), propria dell’ebraismo e del cristianesimo. Con Gesù questo tempo che linearmente procede giunge al compimento (Mc 1,15) e lo attesta mirabilmente l’apostolo Paolo quando nel famoso testo della Lettera ai Galati scrive:

Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. (Gal 4,4-5)

Molto interessante questo passaggio della Lettera, non solo perché mette in evidenza come la storia della salvezza abbia compiuto un grandioso salto di qualità con la prima venuta di Cristo, ma anche perché nei versetti che precedono e seguono la citazione, Paolo ci ricorda che grazie a quanto il Salvatore ha compiuto per noi, siamo passati da quel pedagogo che era la Legge, alla libertà/maturità dei figli che entrano con Cristo nell’età adulta. Da quanto desumiamo dai Vangeli, questo acme della storia salvifica coincide con Cristo in riferimento alla sua nascita, alla sua predicazione, alla sua morte. A tal proposito Romano Penna dirà che:

La prospettiva del testo non consiste tanto nel fatto che la comparsa di Gesù chiude i tempi di attesa della macrostoria, quanto piuttosto nel fatto che egli dischiude per i suoi ascoltatori un compimento che riguarda la loro storia personale .

Un secondo inizio di questo compimento lo si avrà con l’evento della risurrezione di Cristo. È fondamentale – per una più completa comprensione del piano salvifico del Padre attraverso il Figlio – distinguere almeno a livello teorico i due momenti. Il compimento che Cristo ha portato con la sua nascita, predicazione e morte, e quello che ci è stato donato con la sua risurrezione, ci disvelano, insieme e in modo complementare, il progetto di Dio per l’uomo: non solo si è fatto carne, non solo si è collocato dalla parte dei piccoli della Terra e ha predicato il perdono e la riconciliazione, non solo ha offerto la sua scandalosa morte perché fossero eliminate dalla nostra storia l’incidenza e le conseguenze del peccato, ma è risorto indicando all’uomo una meta: “questo sarà anche il tuo destino!”. Dall’evento della risurrezione di Cristo, ogni figlio dell’uomo che riceve il battesimo viene collocato nel medesimo ciclo vitale: passare dalla morte alla risurrezione, dal peccato alla redenzione, dal possedere l’esistenza ad offrirla, come il Figlio dell’Uomo:

Il solo cristianesimo galilaico sarebbe stato ben poca cosa, probabilmente confinato sia in angusti limiti geografici, sia in un modesto patrimonio ideale. In effetti il kerygma pasquale rappresentò un vero e proprio Big Bang, che non soltanto scatenò un impegno di testimonianza e di annuncio evangelico prima impensabile, ma pure originò tutta una serie di ermeneutiche cristologiche altrettanto originali. […] Il fatto è che la Pasqua segna un altro momento decisivo con cui, nella prima coscienza cristiana, si dà inizio alla pienezza del tempo. Pur essendo essenzialmente complementare alla morte di croce, la risurrezione di Gesù segna un vero, nuovo inizio nella storia del cristianesimo. […] Per sua natura, cioè, essa richiede di essere proseguita e completata dalla risurrezione generale: in questo senso, è un evento escatologico che appartiene necessariamente al tempo finale. Essa, dunque, è un segno primario degli ultimi tempi .

Dall’evento della risurrezione noi non possiamo più vedere il futuro dell’umanità se non in questo orizzonte che induce necessariamente ad un radicato ottimismo . Nella Seconda Lettera ai Corinzi, (ci ha accompagnati nella sua prima parte lo scorso anno), l’apostolo riporta con grande esultanza la sua interpretazione della storia:

Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti:
Al momento favorevole ti ho esaudito
e nel giorno della salvezza ti ho soccorso.
Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! (2Cor 6,1b-2)

Da questo passaggio siamo invitati a trovare nel tempo presente quei segni di risurrezione che ci rimandano alla certezza che in Cristo il male e la morte sono vinti e che a noi è dato non solo di annunciarlo, ma anche di vivere con l’atteggiamento che da questa verità di fede è mosso. Per noi cristiani già ora è dunque iniziato l’eschaton, il compimento finale del tempo, e dunque vi accediamo non solo attraverso la speranza ma anche mediante la fede. Vi sono state e vi saranno costantemente, nella storia personale e comunitaria, ragioni che indurranno a pensare che non vi potranno essere sviluppi positivi nel tempo che ci è dato da vivere: noi per primi tendiamo a riprodurre nella nostra vita dinamiche che ci mortificano o ci ritroviamo a gestire relazioni che ci intrappolano; nelle nostre famiglie vi sono delle tensioni e dei pesi che ci inchiodano e che portano allo sfinimento; in comunità si riproducono “giochi di ruolo” in cui l’altro è un nemico piuttosto che un fratello, o che non trasmettono vita; intorno a noi violenza, omicidi anche per futili motivi, pazzia, corsa agli armamenti, proliferazione dei contesti di guerra, decremento demografico, perdita dei valori.

Non possiamo però dimenticare che non è in noi che troveremo motivi di speranza, non è nei fallimenti della storia che possiamo cercare la forza per ricostruire. Emblematico che il nuovo primo ministro britannico, fra le sue prime iniziative, abbia scelto di creare ben 47.000 nuovi posti di lavoro nella realizzazione di 4 sommergibili a propulsione nucleare, dotati di 12 missili con testata atomica a raggio d’azione illimitato , e che – anche a seguito della richiesta del Presidente degli Stati Uniti di aumentare le spese militari nei paesi Nato – quest’estate fra i motivi che stanno generando instabilità nella nostra maggioranza, vi sia la scelta di utilizzare il fondo europeo “Safe”per l’incremento di sistemi di difesa e di aderire al “Nec” per sforare nei prossimi tre anni il rapporto deficit/Pil così da investire in sicurezza, difesa ed energia .

Queste scelte politiche hanno una portata più che simbolica, ci dicono cosa sta muovendo l’economia nei nostri Paesi, quali siano i principali obiettivi degli Stati. Ci dicono – più di tante parole – quale sia il clima che si sta creando attorno a noi mentre la storia ci ricorda che la corsa agli armamenti è stata, nel secolo scorso, un prodromo dei conflitti mondiali. Ciò che la Pasqua di Cristo ha generato nella storia, questo può indurci a sperare; l’averlo ricevuto come annuncio e avendovi poi creduto, questo può farci ricominciare ogni giorno e ritrovare le forze; la responsabilità che abbiamo a partire dalla comune vocazione battesimale, questo ci fa missionari nell’annunciare che la risurrezione del Signore è più forte del male che ne ha provocato la morte. È ancora dalla Seconda Lettera ai Corinzi che ci arriva una entusiasmante dichiarazione di fiducia che vorrei qui riportare:

Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunciato tra voi, io, Silvano e Timòteo, non fu “sì” e “no”, ma in lui vi fu il “sì”. Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono “sì”. Per questo attraverso di lui sale a Dio il nostro “Amen” per la sua gloria. (2Cor 1,19-20)

La missione della Chiesa in questo nostro tempo

Ma come “leggere” e interpretare il tempo che stiamo vivendo? Come poter scorgere le tracce che la risurrezione di Cristo ha lasciato e sta lasciando in esso? Cosa ci aiuta a ricordare che ci sarà una fine del tempo (eschaton), al compimento della quale tutto si farà più chiaro e Cristo tornerà con il suo corpo? Come orientare la nostra vita e le nostre scelte tenendo viva questa consapevolezza? Il cammino che la Chiesa intera sta vivendo negli ultimi anni e che il magistero di papa Leone XIV sta confermando e animando, si muove esattamente in questa direzione, offrendo a tutti i battezzati esempi e parole che vogliono rispondere ai quesiti suesposti. L’esortazione apostolica Evangelii Gaudium di papa Francesco ci aiuta nel rimettere a fuoco la missione della comunità cristiana, quella cioè di portare la gioia del Vangelo in un’epoca complessa come la nostra, indicando al contempo quali possano essere i freni e gli ostacoli che al suo interno la comunità può incontrare nel vivere il mandato missionario.

Anche grazie a questo documento la Chiesa potrà trovare un nuovo impulso per custodire la sua identità e la sua vocazione seguendo l’auspicio dei due Sinodi sulla Sinodalità: tornare ad essere una “Chiesa sinodale in missione” . Sottolineare la vocazione missionaria della Chiesa non è cosa ovvia. Questa evidenza può infatti aiutare ogni credente e ogni comunità a tenere bene a mente la propria vocazione: quando Dio si rivela lo fa per il bene di chi riceve il dono ma anche per il bene di coloro che attraverso il chiamato arriveranno a conoscerlo, a sentirne parlare . Nella Chiesa vi è un movimento centrifugo che ben si evince da tutti gli i libri del Nuovo Testamento: corrispondervi è prova della salute spirituale del singolo come della comunità credente. La sinodalità aggiunge alla vocazione missionaria un dato che ha permesso ai cristiani nel corso dei secoli di rimanere in ascolto dello Spirito custodendo l’unità: essa è stata infatti sperimentata fin dagli inizi laddove vi erano conflitti che non potevano essere sanati, se non in una dinamica di ascolto reciproco, o anche quando si dovevano fronteggiare delle novità per le quali non vi erano risposte pronte. Al di là di tante parole o preoccupazioni ecclesiali, questa rimane la risposta più autentica e fruttuosa che i pastori vogliono offrire, alle domande che accompagnano in questo nostro tempo i credenti in Cristo.

Essere Chiesa sinodale in missione, è la risposta a chi vorrebbe trovare soluzioni o strategie pastorali illuminate, attivandosi soltanto con le pur migliori facoltà umane. Leggiamo per esempio il dato dello “svuotamento” delle nostre chiese, aggiungiamovi l’altro dato oggettivo che l’età media delle nostre comunità sia decisamente avanzata e che di giovani se ne vedono sempre meno, non dimentichiamo inoltre il drastico calo di vocazioni al sacerdozio ministeriale e alla vita consacrata, completiamo il quadro con un’epidemica tendenza a non “usare” più la fede per vivere, nella direzione di una dilagante indifferenza (che forse è ancor peggio dell’ateismo), ed ecco che si attiverà in noi uno sconfinato pessimismo che magari si produrrà in una appassionata critica del tempo presente, e in una chiusura su stessi, di quei pochi che credono e frequentano. Esattamente dall’evidenza di questi frutti si potrà comprendere come il processo appena delineato non possa venire da Dio e non conduca a Lui: Dio in una dinamica del genere appare assente, inoltre, seppur vissuto da credenti, questi non chiedono il suo aiuto e la sua luce. Essere Chiesa sinodale in missione è una risposta che non dà soluzioni immediate e preconfezionate alla complessità del nostro tempo, ma offre un metodo con cui attraversarlo, una bussola grazie alla quale non ci si perde. Nel cammino sinodale della Chiesa italiana più volte è emersa la consapevolezza che il ritorno alla fede o il primo approccio con essa non riguarda, e probabilmente non si legherà più, ai grandi numeri, ma ciò non significa che il Signore non stia suscitando nei cuori delle persone, in modo misterioso, il desiderio di Lui.

L’altro dato emergente è che almeno in un primo approccio non saranno più attività preparate nel dettaglio o conferenze ineccepibili dal punto di vista teologico a conquistare i cuori ma il semplice e cordiale ascolto: sì, sembra che l’ascolto stia portando più frutti nella prima evangelizzazione che l’offerta immediata di contenuti. Nella sessione ordinaria di fine maggio, noi vescovi italiani abbiamo potuto ascoltare alcune testimonianze di rappresentanti di altre Conferenze Episcopali d’Europa, fra queste mi ha colpito quanto riportato dal vescovo di Nimes (Francia). Il prelato ha condiviso con noi un dato che non ho timore di definire “eccezionale”: nel 2026 in Francia vi sono stati 13.200 adulti battezzati dai 18 ai 40 anni e 8000 adolescenti. Secondo una sua personale interpretazione, questi battesimi non sarebbero la conseguenza diretta di chissà quali strategie pastorali. Piuttosto sarebbero dovuti a: a) una convinzione interiore, maturata fin dall’infanzia, che Dio esiste e ci ha dato la vita, anche all’interno di famiglie non credenti e anticlericali; b) l’aver sperimentato la tenerezza di Dio nel momento della prova; c) un senso di insoddisfazione permanente anche quando dalla vita si ha tutto; d) l’esperienza della maternità o della paternità. Inoltre, solamente l’11% dei nuovi battezzati è stato portato a credere attraverso un influencer.

Ora certamente ai pastori e alle comunità di cui tutti costoro fanno parte sarà richiesta una particolare cura di questi neofiti, un adeguato accompagnamento, un progressivo inserimento nella vita comunitaria, che speriamo sia bella e li attragga. Ecco perché aver cura delle parrocchie, ecco perché essere attenti a che siano accoglienti e sane: perché il Signore continua a chiamare a sé, ma è alla Chiesa che manda, esattamente come abbiamo più volte letto nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli. La comunità è sempre stata il terreno buono in cui è germinato il seme e la pianta ha acquisito il suo vigore. Lasciamoci allora aiutare proprio da quanto Evangelii Gaudium ci consiglia perché rimanga in noi vivo l’anelito missionario.

Guarire da ciò che ci impedisce di “essere missione”

Nella sezione il cui titolo è “Tentazioni degli operatori pastorali” papa Francesco ci ha offerto un’efficace trattazione di quelli che possono essere blocchi o malattie “annidati” all’interno delle comunità cristiane e con le quali spesso possiamo convivere, abituandoci alla loro presenza. L’elenco è preceduto da un “inno” di gratitudine del Santo Padre per il bene che i cristiani promuovono nella Chiesa e nel mondo: lo riporto per intero in nota, perché ritengo che un po’ meritiamo anche noi la sua gratitudine . Ecco quindi una veloce trattazione di quanto il papa argentino in EG ha messo in luce per aiutarci ad essere in missione:

  1. Sì alla sfida di una spiritualità missionaria: attenzione a quel relativismo pratico che “consiste nell’agire come se Dio non esistesse, decidere come se i poveri non esistessero, sognare come se gli altri non esistessero, lavorare come se quanti non hanno ricevuto l’annuncio non esistessero” . A questo relativismo si aggancia uno stile di vita che – anche inconsciamente – cerca nel potere, nel denaro e nella gloria umana quella sicurezza che mortifica il desiderio della missione. Molto interessante anche il dato che al recupero della spiritualità missionaria sia d’ostacolo un certo senso d’inferiorità che i cristiani sentono rispetto alla cultura dominante, come se ciò che stanno vivendo non sia degno di essere raccontato e testimoniato.
  2. No all’accidia egoista: si tratta di quell’atteggiamento stanco e demotivato con cui affrontiamo la pastorale, ad esso si connette la paura che gli impegni in comunità siano così gravosi, da farci male o da farci star male. Ecco che, anche un po’ per difenderci, ci lasciamo schermare da questo vizio: “Alcuni vi cadono perché portano avanti progetti irrealizzabili e non vivono volentieri quello che con tranquillità potrebbero fare. Altri, perché non accettano la difficile evoluzione dei processi e vogliono che tutto cada dal cielo. Altri, perché si attaccano ad alcuni progetti o a sogni di successo coltivati dalla loro vanità. Altri, per aver perso il contatto reale con la gente, in una spersonalizzazione della pastorale che porta a prestare maggiore attenzione all’organizzazione che alle persone, così che li entusiasma più la “tabella di marcia” che la marcia stessa” .
  3. No al pessimismo sterile: vi cadiamo se i mali che ci circondano diventano la lente con cui guardiamo la vita. Papa Francesco ci invita a non negarli, ma a trasformarli in sfide, e in questo segue l’esempio – a me tanto caro – di San Giovanni XXIII, che nel discorso di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II (11 ottobre 1962), dissentiva da quei “profeti di sventura” che vedono solo rovine e guai. Bisogna qui ricordare che è la Fiducia il nostro carburante; se non la riponiamo nel Signore, è bene non intraprendere alcuna opera. A Sotto il Monte (BG) paese natale di Papa Roncalli, fra i ricordi più cari si può trovare l’ immagine della Madonna della Fiducia, patrona del Pontificio Seminario Romano Maggiore, a cui Giovanni XXIII, come il sottoscritto, si affidava nei momenti di difficoltà.
  4. Sì alle relazioni nuove generate da Gesù Cristo: “Più dell’ateismo, oggi abbiamo di fronte la sfida di rispondere adeguatamente alla sete di Dio di molta gente, perché non cerchino di spegnerla con proposte alienanti o con un Gesù Cristo senza carne e senza impegno con l’altro. Se non trovano nella Chiesa una spiritualità che li sani, li liberi, li ricolmi di vita e di pace e che nel medesimo tempo li chiami alla comunione solidale e alla fecondità missionaria, finiranno ingannati da proposte che non umanizzano né dànno gloria a Dio” . La comunicazione virtuale ci mantiene connessi ma può far diventare anche il più improbabile dei timidi un hater, un odiatore. Dobbiamo difendere la bellezza delle relazioni in cui i volti si incontrano, l’ascolto fraterno rigenera, i fratelli e le sorelle si custodiscono. Dobbiamo difendere la bellezza e la consolazione che ci provengono dallo stare insieme. L’amore con cui ci amiamo ci renderà credibili.
  5. No alla mondanità spirituale: si tratta di un approccio alla vita ecclesiale in cui prevalgono lo gnosticismo, ossia un far coincidere il credere con il sapere usato anche per sovrastare gli altri, e il neo pelagianesimo autoreferenziale, in cui a prevalere è il giudizio sui fratelli e la ricerca continua della propria perfezione, senza accedere alla grazia. È questa una nuova forma di fariseismo che si può manifestare in una pastorale assai seducente, in cui tutto è perfetto, pianificato, studiato al millimetro: “È una tremenda corruzione con apparenza di bene. Bisogna evitarla mettendo la Chiesa in movimento di uscita da sé, di missione centrata in Gesù Cristo, di impegno verso i poveri. Dio ci liberi da una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali! Questa mondanità asfissiante si sana assaporando l’aria pura dello Spirito Santo, che ci libera dal rimanere centrati in noi stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio” .
  6. No alla guerra fra di noi: Siamo una diocesi ampia e variegata, con necessità e tradizioni differenti. La suddivisione in paesi e cittadine di media grandezza, da una parte ci aiuta a raggiungere capillarmente le diverse realtà, dall’altra può favorire un’eccessiva attenzione al proprio contesto assolutizzandone le necessità . Inoltre, quante energie ancora sprechiamo nel prenderci le misure e nel difendere i nostri spazi da coloro che invece dovremmo imparare a riconoscere come fratelli e sorelle. Una delle più importanti virtù dell’uomo è la sua capacità di adattamento, ma questa può tramutarsi in “trappola” se ci si adatta al male o al peggio: non dobbiamo ritenere che sia inevitabile essere divisi al nostro interno, non possiamo credere che la critica permanente e il giudizio, siano inscindibilmente connessi alla nostra vita comune.
  7. Altre sfide ecclesiali: Al termine di questa sezione papa Francesco elenca alcuni contesti a cui dedicare attenzione perché – se adeguatamente trattati – potranno esprimere tutta la loro vitalità in funzione di una più ardente testimonianza di vita cristiana. Li elenco sommariamente pur riconoscendoli “segmenti” importanti di vita ecclesiale su cui lavorare in futuro: a) il ruolo e la formazione dei laici (con una particolare attenzione alla loro presenza nelle realtà mondane); b) i tratti caratteristici e peculiari con cui le donne possono vivere dignitosamente il loro servizio nelle comunità cristiane; c) l’attenzione alle realtà giovanili; d) la cura delle vocazioni, senza dimenticare la necessità di considerarle uno dei principali contenuti dell’annuncio missionario.

Missione e lettura dei Segni dei Tempi: una relazione necessaria

Segni dei tempi: cosa sono?

L’espressione “segni dei tempi” ha ricevuto il suo “diritto di cittadinanza” con il Concilio Ecumenico Vaticano II. A partire da quell’evento cruciale per la vita della Chiesa contemporanea, se ne sono fatti diversi usi (oso dire troppo spesso impropri o parziali); vorrei anzitutto riprenderne il significato, nel tentativo di cogliere le reali intenzioni dei padri conciliari.
Il concetto trova la sua formulazione iniziale nel Vangelo di Matteo (16,1-3):

I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo. Ma egli rispose loro: “Quando si fa sera, voi dite: “Bel tempo, perché il cielo rosseggia”; e al mattino: “Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo”. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?

Indotto dai farisei e dai sadducei, Gesù sa ben “convertire” la trappola in cui vorrebbero farlo cadere in uno “specchio” in cui i suoi interlocutori possono scorgere la verità di quanto realmente dimora nel loro cuore. In questo caso gli viene chiesta una prova della sua origine divina e Gesù utilizza l’ordinaria abilità di osservare l’andamento degli elementi naturali per evidenziare il fatto che i segni della sua origine divina già sono stati espressi, ma essi non vogliono coglierli per la durezza del loro cuore: si relazionano infatti a lui unicamente attraverso i loro pregiudizi e le loro sicurezze. Dunque molto interessante il significato dei segni dei tempi: già nel loro “venire alla luce” essi stanno ad indicare i segni che attestano la presenza del Salvatore nel mondo. Leggendo tra le righe direi anche: i segni della natura divina visibili attraverso la natura umana, i segni della redenzione da cogliere nelle vicende della storia, nel tempo e nello spazio in cui Cristo è vissuto.

Ma abbiamo visto come tutto sia stato coinvolto dall’evento della risurrezione e tutto converga verso il ritorno di Cristo nella storia , tutti i segni dei tempi allora dovranno essere interpretati alla luce della volontà salvifica di Dio per Cristo nello Spirito. Un successivo germoglio del concetto lo si ha con Giovanni XXIII. Come già ho avuto modo di accennare in questa lettera, nella Costituzione Apostolica Humanae salutis del 1961 il “papa buono” ci ha detto:

Sappiamo che la visione di questi mali deprime talmente gli animi di alcuni al punto che non scorgono altro che tenebre, dalle quali pensano che il mondo sia interamente avvolto. Noi invece amiamo riaffermare la Nostra incrollabile fiducia nel divin Salvatore del genere umano, che non ha affatto abbandonato i mortali da lui redenti. Anzi, seguendo gli ammonimenti di Cristo Signore che ci esorta ad interpretare “i segni dei tempi” (Mt 16,3), fra tanta tenebrosa caligine scorgiamo indizi non pochi che sembrano offrire auspici di un’epoca migliore per la Chiesa e per l’umanità .

Dunque la ricerca dei segni dei tempi è divenuta pian piano – e a partire dall’utilizzo che ne ha fatto papa Roncalli – compito di chi nella Chiesa non ha dimenticato le promesse di Cristo, ha una grande fiducia nel loro compimento, e cerca nella storia presente le tracce da seguire, non solo per arrivare alla meta, ma anche per tenere viva la speranza, diventando così capace di scorgere quella vena acquifera che scorre, magari a qualche metro sotto la superficie, anche in terra arida. San Giovanni XXIII ha poi ripreso questa categoria in un altro suo documento, l’Enciclica Pacem in Terris, pubblicata due mesi prima della sua morte in uno dei momenti più bui della storia, quando dopo la scoperta da parte degli Stati Uniti di basi missilistiche per testate nucleari a Cuba, vi fu il rischio reale dell’innesco di una guerra con la Russia. In un passaggio dell’Enciclica il papa accennò al tema dei segni tempi in riferimento ad alcuni dati socio-culturali che la storia sembrava voler consegnare a tutti gli “uomini di buona volontà” : a) la dignità acquisita da parte dei lavoratori non più considerati come “privi di intelligenza e libertà” ; b) il ruolo della donna che finalmente può fare ingresso nella vita pubblica ed “esige di essere considerata come persona, tanto nell’ambito della vita domestica che in quello della vita pubblica” ; c) la crescita di consapevolezza, nell’intera famiglia umana, che non vi possano essere popoli dominanti e popoli dominati, insieme al dato che le popolazioni stiano sempre più ritrovandosi come comunità nazionali di Stati indipendenti: “É diffusa assai largamente la convinzione che tutti gli uomini sono uguali per dignità naturale. Per cui le discriminazioni razziali non trovano più alcuna giustificazione, almeno sul piano della ragione e della dottrina” . Come possiamo osservare, leggendo i citati passaggi dell’Enciclica nel loro insieme, papa Giovanni non ha voluto cogliere nella storia a lui contemporanea, dei segni esclusivamente intra-ecclesiali, bensì socio-culturali. Segni che attestano una crescita nella consapevolezza della dignità umana in genere e nello specifico, segni che raccontano di un’umanità che stava via via abbandonando quei tratti di abbrutimento che ancora segnavano il suo cammino, come se uscisse dal buio delle tenebre per lasciarsi illuminare dalla luce. L’uomo credente – il papa in questo caso – sapeva cogliere nella storia, e non solamente nella Chiesa, le tracce della redenzione che Cristo ha donato una volta per tutte all’umanità. Dopo di lui anche San Paolo VI ha ripreso la categoria dei segni dei tempi nella sua prima enciclica, Ecclesiam suam, scritta quando il Concilio non era ancora giunto al suo termine. Ma sarà in particolare con la Costituzione pastorale Gaudium et Spes, che la categoria “segni dei tempi”, acquisterà la sua massima diffusione. Di seguito vorrei riportare gli specifici passaggi in cui il tema viene trattato e a cui ho già fatto riferimento negli incontri di formazione sul discernimento comunitario vissuti con i consigli pastorali parrocchiali in quaresima :

Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico .

Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l’universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo, orientando così lo spirito verso soluzioni pienamente umane .

È dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l’aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta .

Da questi passaggi della Costituzione pastorale possiamo dedurre che i segni dei tempi siano correlati a quel servizio che la Chiesa offre ad ogni generazione, perché possa trovare il senso universale e personale dell’esistenza. Tale ricerca di senso, esige un discernimento che va compiuto alla luce del Vangelo e rispetto a cui si sottolinea la particolare responsabilità dei “pastori e dei teologi”. Si noti inoltre come si proponga una lettura dei segni che tenga conto non solo del tempo presente ma anche delle prospettive future e ciò appare molto utile allorquando – come già abbiamo avuto modo di indicare – è evidente che l’interpretazione di tali segni vada fatta tenendo conto di quanto Cristo ha promesso e di come la storia abbia avuto nella Pasqua l’evento attraverso cui possa essere reinterpretata. Tali segni potranno essere colti non solo tra eventi che riguardano la Chiesa al suo interno, ma anche dalla storia universale o dalle realtà in cui i cristiani sono inseriti.

Vi si legge infine l’indirizzo a considerare fra tali segni, anche eventi dai quali si possa dedurre un miglioramento delle condizioni di vita dei popoli: “soluzioni pienamente umane”. Tale compito è certamente avvincente ma non scevro dalla possibilità di cadere in errore soprattutto quando si commettono due ingenuità: l’accoglienza della realtà senza un discernimento che passi attraverso la lettura orante della Parola e la sottovalutazione di quanto l’apostolo Paolo ha voluto ben evidenziare almeno in due delle sue lettere: la prima lettera ai Tessalonicesi: “Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono, astenetevi da ogni specie di male” (1 Ts 5,21-22), e la lettera ai Romani laddove l’apostolo invita a non conformarsi “alla mentalità di questo secolo” (Rm 12, 2). Appare allora urgente offrire, nel contesto della nostra lettera pastorale, alcuni criteri metodologici per rapportarsi a questo compito che impegna ogni cristiano, e noi ora in particolare . Anzitutto Gaudium et Spes ci ricorda che tali segni possono essere catalogati come fenomeni per i quali sarà bene che la Chiesa interagisca con le scienze umane. Una volta individuati, questi segni andranno interpretati ed il soggetto di tale interpretazione sarà propriamente la comunità cristiana, che in questo dovrà camminare insieme con tutta l’umanità, perché con essa forma in qualche modo l’unica famiglia di Dio:

La Chiesa, perseguendo il suo proprio fine di salvezza, non solo comunica all’uomo la vita divina; essa diffonde anche in qualche modo sopra tutto il mondo la luce che questa vita divina irradia, e lo fa specialmente per il fatto che risana ed eleva la dignità della persona umana, consolida la compagine della umana società e conferisce al lavoro quotidiano degli uomini un più profondo senso e significato. Così la Chiesa, con i singoli suoi membri e con tutta intera la sua comunità, crede di poter contribuire molto a umanizzare di più la famiglia degli uomini e la sua storia .

Due sono poi i contesti in cui l’individuazione e l’interpretazione dei segni andranno promosse. Il primo è un contesto più universale in cui i fedeli potranno individuare – all’interno di processi globali – tutti quei fenomeni che descrivono una progressiva umanizzazione della società: la giustizia, la pace, la dignità umana. Il secondo è un contesto più specifico in cui la comunità cristiana (con l’aiuto dei pastori e dei teologi) sarà chiamata ad individuare ed interpretare tutti quei segni in cui è possibile scorgere le tracce attuali dell’opera redentrice di Cristo (che tutto sta trasfigurando alla luce della sua Pasqua), di cui la Chiesa è prima mediatrice. Evidentemente, nell’ottica della missione della Chiesa, ciò che a noi serve è certamente dare un nome proprio ai segni del nostro tempo, impegnandoci però ad attivare processi di redenzione, laddove verificheremo, sia nel mondo in cui siamo inseriti, che nel contesto della nostra Chiesa locale, il sussistere del loro contrario: tutto ciò che, a causa di un cattivo uso della nostra libertà o anche della nostra irresponsabile ignoranza o indifferenza, sembra cancellare le tracce e gli aneliti dell’opera redentrice di Cristo . Ecco dunque i due ambiti in cui, come Chiesa locale, potremo iniziare a cogliere i segni dei tempi per poi approcciarvi con un rinnovato spirito missionario: tutto ciò che negli ambienti in cui viviamo non sta promuovendo la dignità dell’uomo e tutto ciò che nella nostra diocesi sta mortificando l’annuncio della risurrezione.

L’interpretazione dei segni dei tempi nel Magistero recente

Un ulteriore esempio di cosa siano i segni dei tempi (e di come la Chiesa possa interpretarli) lo abbiamo nel Magistero recente, in particolar modo da quanto ci ha lasciato in eredità papa Francesco e dalla prima Enciclica di Leone XIV. In Evangelii Gaudium papa Bergoglio ha espressamente trattato l’argomento:

Non è compito del Papa offrire un’analisi dettagliata e completa sulla realtà contemporanea, ma esorto tutte le comunità ad avere una «sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi». Si tratta di una responsabilità grave, giacché alcune realtà del presente, se non trovano buone soluzioni, possono innescare processi di disumanizzazione da cui è poi difficile tornare indietro. È opportuno chiarire ciò che può essere un frutto del Regno e anche ciò che nuoce al progetto di Dio. Questo implica non solo riconoscere e interpretare le mozioni dello spirito buono e dello spirito cattivo, ma – e qui sta la cosa decisiva – scegliere quelle dello spirito buono e respingere quelle dello spirito cattivo .

Bergoglio, gesuita, sapeva benissimo quanto fosse importante il discernimento. Soprattutto chi ha responsabilità di governo o chi è responsabile di gruppi o istituzioni, non può prendere decisioni fidandosi semplicemente e solo del proprio istinto, della propria esperienza o del proprio carattere. Fra costoro, quanti sono stati chiamati dal Signore – ed in questa categoria vorrei considerare tutti i battezzati, non solo i consacrati o i ministri ordinati – debbono ricordare che l’opera a loro affidata non gli appartiene del tutto, sono a servizio del Padre alla maniera del Figlio, è loro chiesto di invocare lo Spirito e di seguirne i cenni. Non basta l’ordinazione per compiere la volontà di Dio e lavorare in una vigna che rimarrà la sua. Inoltre, come accennato poc’anzi, non si può avere una visione ingenua dell’umanità, come alcuni modelli teorici nelle scienze umane vogliono indurci a credere : non possiamo cioè pensare che l’uomo possa solo promuovere il bene, ricerchi ordinariamente il bene, per sé e per gli altri. La Scrittura offre molteplici esempi di uomini e donne capaci di fare il male o che pervertono al male quanto prima era invece nella direzione del bene e del servizio.

Lo stesso dicasi per le società e le culture: non saranno mai neutrali, né passive. La persona umana sarà sempre – e spesso inconsapevolmente – condizionata dal contesto socio-culturale in cui è inserita. Non sarà stato dunque un caso se pochi anni dopo, proprio papa Francesco, ha voluto condividere tutta la sua preoccupazione per l’emergenza climatica scrivendo la Laudato Si’ e la Laudate Deum: il successore di Pietro, leggendo i segni dei tempi ed individuando fra questi la necessità di proteggere la “casa comune”, ha voluto esprimere tutta la sua preoccupazione per quanto si sta invece facendo nella direzione opposta . Più recentemente Papa Leone XIV, che proprio dalla lettura dei segni dei tempi ha motivato la scelta del nome, ci ha consegnato l’Enciclica Magnifica Humanitas . Anche in questo documento troviamo uno specifico riferimento alla nostra categoria teologica:

Assumendo lo stile pastorale del Concilio Vaticano II, che invita ad ascoltare, discernere e interpretare i segni dei tempi, la Chiesa, illuminata dalla sapienza della Parola, non teme l’incontro con il sapere umano. La Parola di Dio offre criteri affidabili per orientare i cammini della giustizia e aprire vie di riconciliazione e di pace tra gli esseri umani. Quando si tratta di declinare questi criteri nelle complesse situazioni del nostro tempo, risulta essenziale il contributo della filosofia e delle scienze umane e sociali, che aiutano a comprendere e analizzare più a fondo le dinamiche culturali, economiche e politiche .

La Dottrina sociale della Chiesa appare nel suo volto più autentico: non un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario. Essa nasce dall’incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia, si lascia interrogare dai segni dei tempi; si alimenta del contributo delle scienze, delle culture e delle esperienze umane .

Il Magistero sociale di Papa Francesco si sviluppa nella linea della Gaudium et spes, che invita a guardare la storia a partire dalle ferite e dalle speranze delle persone e a metterle in dialogo con il Vangelo. Questo orientamento emerge con particolare chiarezza in Evangelii gaudium, dove si afferma che l’annuncio cristiano ha un’intrinseca dimensione sociale e si invoca una Chiesa capace di ascoltare il grido dei poveri, dei migranti e delle vittime delle nuove schiavitù. In tale prospettiva, si colloca anche l’insistenza di Francesco su una Chiesa sinodale, una Chiesa che “cammina insieme”, che cerca di leggere i segni dei tempi alla luce del Vangelo e si lascia evangelizzare dai poveri con cui condivide la storia .

Avremmo mai immaginato che un papa volesse scrivere la sua prima Enciclica sull’intelligenza artificiale? Potevamo pensare che il successore di papa Francesco si sentisse così profondamente legato nella sua missione alle intuizioni di un papa di fine ‘800? Ritengo che solo l’amore per l’umanità ferita e segnata da un esercizio del potere per il quale non è stata ancora educata, abbia mosso il Pontefice a segnalarci questa sua preoccupazione per il destino degli uomini: sì, è l’amore generato dalla compassione, lo stesso amore del Buon Pastore (e non un interesse culturale o un’attitudine personale), ad aver guidato i successori dell’apostolo Pietro, nel discernere i segni dei tempi, consegnandoli poi a noi e agli uomini di buona volontà perchè suscitassero una rinnovata passione missionaria.

La Chiesa di Ivrea alla ricerca dei Segni: un cammino per tappe

La missione è mossa dall’amore che Cristo ha avuto per l’uomo, ma assume il tratto specifico della lettura dei segni dei tempi che saremo in grado di fare. Come abbiamo detto, questa lettura non sarà tanto efficace in quanto sarà mossa da calcoli o strategie, ma in quanto mossa dall’Amore: amore per l’umanità disorientata e ferita dai suoi stessi deliri, amore per la Chiesa nostra madre, amore colmo di gratitudine per quanto dal Signore abbiamo ricevuto.

Partiamo da un’esperienza

Questa lettera prende corpo in estate, tempo propizio per fare sintesi del cammino fin qui compiuto e utilizzare al meglio il tempo che il Signore vorrà donarci. L’estate appena trascorsa è stata caratterizzata da un’esperienza di grazia vissuta con tanti giovani della nostra diocesi: il viaggio missionario in Brasile. Da più di cinquant’anni i missionari della diocesi di Ivrea hanno donato la loro vita nelle diocesi di Salvador de Bahia, Barra e Barreiras. È stato consolante, e pastoralmente intenso, poter vedere quanto hanno seminato, quanta gratitudine ci sia nella popolazione che vuole loro tanto bene, come abbiano colto nel segno, rispetto ai bisogni reali e specifici che le diverse comunità manifestavano. In Brasile si può essere pastori di comunità anche distanti centinaia di chilometri fra loro, con caratteristiche diverse; ebbene i nostri sacerdoti, il diacono, le suore “Figlie di Carità della SS.ma Annunziata” (di Montanaro) potevano dedicare solo alcuni giorni di ogni mese a ciascuna comunità, riflettevano circa incarichi ed assegnazioni, si occupavano della formazione dei laici, ed in questo modo hanno veramente dato vita a comunità che ancora li hanno nel cuore come se fossero sempre stati con loro, e ci hanno testimoniato una fede viva, fatta di semplici cose e tradizioni. Veramente edificante quanto abbiamo visto.

Ciò che infine mi ha colpito è la capacità dei nostri missionari di rilevare i bisogni specifici di ogni comunità e su questi impiegare forze, formazione e risorse. Alcune di queste realtà avevano bisogno di una chiesa in cui pregare, altre di un progetto che tenesse impegnati gli adolescenti contro la devianza, altre ancora avevano bisogno di un terreno da coltivare per poter vivere; lì ho colto esattamente ciò che abbiamo finora esposto circa i segni da osservare e interpretare: nelle comunità brasiliane che abbiamo visitato non si sono seguite formule valide per tutti: i pastori e i loro collaboratori hanno capito ciò che nello specifico serviva, perchè si potesse nutrire la fede di quelle popolazioni e si promuovesse la loro dignità.

Il cammino dei prossimi anni

Desidero ora soffermarmi in modo particolare su quanto è maturato nei gruppi riguardo a Evangelii gaudium, soprattutto in riferimento alla missione e alla trasmissione della fede. Dai vostri contributi appare con chiarezza come tale Esortazione continui a rappresentare un punto di riferimento decisivo: essa non introduce semplicemente nuovi contenuti, ma ricentra tutto sul kerigma come cuore dell’identità cristiana ed ecclesiale. È stata riconosciuta come un vero “soffio nuovo”, capace di avviare processi di conversione pastorale e missionaria, più che di produrre riforme strutturali immediate, orientando così in profondità il cammino della Chiesa. Avete sottolineato come questa prospettiva interpelli la Chiesa a tutti i livelli. A livello personale, richiama ogni battezzato a rinnovare l’incontro con Cristo, passando da una fede semplicemente ricevuta a una fede realmente vissuta ed esperita; in questo cammino viene toccata anche la qualità stessa della vita spirituale, nel primato della preghiera, nella testimonianza che precede le parole e nella coerenza tra fede e vita. A livello comunitario, sollecita il passaggio da una pastorale di conservazione a una pastorale missionaria, nella quale le comunità siano soggetti vivi dell’annuncio: comunità ospitali, capaci di linguaggi comprensibili, attente alla qualità delle relazioni e in grado di offrire spazi di ascolto, di accompagnamento e di guarigione. A livello diocesano, emerge con chiarezza la responsabilità dei Pastori di sostenere con decisione l’audacia missionaria, vigilando perché non venga appesantita o soffocata da eccessi organizzativi, e favorendo un discernimento che aiuti a riconoscere ciò che è essenziale .

Individuare i segni, interpretarli alla luce del Vangelo, animare le comunità con un approccio missionario. Tutto ciò non può esser fatto in un anno: abbiamo appena iniziato a formarci sul discernimento comunitario, composto i vari organismi di partecipazione: non possiamo forzare troppo le nostre comunità, abbiamo bisogno di tempo, di dedicare attenzione a questi passaggi. Per questo motivo ho pensato che questa lettera possa orientare il cammino della nostra diocesi per un triennio. Ecco quanto chiedo alla nostra Chiesa diocesana per i prossimi anni, in risposta all’invito del Santo Padre:

2026/2027

  • Curare la formazione al discernimento comunitario e alla missione coinvolgendo il Consiglio Presbiterale, il Consiglio Pastorale Diocesano, i Consigli Pastorali Parrocchiali (sussidio quaresima 2026 + testi scelti di Evangelii Gaudium);
  • Avviare percorsi di riflessione su alcuni passaggi specifici della presente lettera pastorale e di Evangelii Gaudium con gli operatori pastorali (giornate di ritiro, incontri formativi serali o nei fine settimana), in particolar modo per quanto concerne la formazione di una mentalità missionaria;
  • Promuovere, nel triennio, la formazione degli operatori della Liturgia, della Catechesi e della Pastorale familiare, tenere viva l’offerta di preghiere e itinerari vocazionali. I sacerdoti e i diaconi sappiano valorizzare in questa direzione i carismi delle comunità.
  • Obiettivi finali di questo primo anno dovrebbero essere: a) che le singole comunità si sentano missionarie, passando da una fede tenuta per sé ad una fede che invia e porta frutto anche grazie ai doni ricevuti; b) che si comprenda cosa si intende per “segni dei tempi”; c) che il nostro servizio possa essere orientato maggiormente dalla formazione ricevuta.

2027/2028

  • Attraverso tutti gli organismi di partecipazione (Consiglio Presbiterale, Consiglio Pastorale Diocesano, Consigli Pastorali Parrocchiali, Consigli Parrocchiali per gli Affari Economici, eventuali Consulte degli Uffici pastorali), individuare ed interpretare quei segni dei tempi sui quali vogliamo agire nello specifico e per progetti.
  • Obiettivi finali di questo secondo anno dovrebbero essere: a) che le nostre comunità divengano capaci di individuare – attraverso il discernimento comunitario – quei segni dei tempi su cui nel prossimo anno saranno chiamate a lavorare; b) che sperimentino la “bellezza dell’estroversione”ponendosi due semplici domande: Siamo sempre gli stessi o si è aggiunto qualcuno? Siamo riusciti ad annunciare la misericordia di Dio?

2028/2029

  • Sviluppare percorsi di lavoro, revisione e animazione su quanto rilevato nell’anno 2027/2028.
  • Obiettivo finale di questo terzo anno dovrebbe essere: dopo aver individuato quali siano i segni dei tempi su cui lavorare, iniziare a farlo per progetti.

Due piccole appendici

  1. Il succitato brano di Gaudium et Spes 44 ci ha inviato ad “ascoltare pienamente ed interpretare i linguaggi del nostro tempo”. Nel cammino sinodale che la Chiesa sta vivendo, l’ascolto non è inteso come una cortesia, come un segno di buona educazione o anche come un approccio relazionale mutuato dal counseling o dalla psicoterapia, piuttosto è da intendersi come la prima tappa della nuova evangelizzazione e del cammino sinodale, che come Chiesa locale siamo chiamati a vivere. Così ci ha invitati a divenire “capaci di ascolto” papa Francesco in Evangelii Gaudium :

Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire. La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale. L’ascolto ci aiuta ad individuare il gesto e la parola opportuna che ci smuove dalla tranquilla condizione di spettatori. Solo a partire da questo ascolto rispettoso e capace di compatire si possono trovare le vie per un’autentica crescita, si può risvegliare il desiderio dell’ideale cristiano, l’ansia di rispondere pienamente all’amore di Dio e l’anelito di sviluppare il meglio di quanto Dio ha seminato nella propria vita.

E dopo di lui, anche il Cardinale De Donatis:

Ascoltare è più difficile di quanto si possa pensare. Le difficoltà sono comprensibili: siamo più facilmente inclini a parlare piuttosto che ad ascoltare. In realtà, noi non siamo educati ad ascoltare: da sempre ascoltiamo troppo passivamente, facendoci raggiungere da tutti i suoni che arrivano alle nostre orecchie ma molto spesso non selezionando quelli da far penetrare più nel profondo di noi stessi, permettendo loro di raggiungerci nell’intimo, di toccare la nostra anima. Vale anche per noi quello che è vero per i bambini: solo dopo una lunghissima fase di apprendimento imparano a parlare, assimilando ciò che ascoltano; così è necessario anche per noi un lungo tirocinio per imparare ad ascoltare. […] La stessa Chiesa, da sempre, è molto più abituata a parlare e ad insegnare, molto meno a mettersi in ascolto. Ma è necessario continuare in questo sforzo, anche se non ci viene naturale, perché solo con una giusta docilità di cuore è possibile realizzare, attraverso l’ascolto, quella comunione con i fratelli e con Dio a cui ciascuno di noi è profondamente chiamato .

Ed inoltre nel Documento di Sintesi del Cammino Sinodale della Chiesa Italiana troviamo:

Fin dalla fase narrativa, la Chiesa ha imparato a riconoscere nell’ascolto una dimensione essenziale della sua missione. Non si tratta solo di un atteggiamento preliminare all’annuncio, ma di un atto che già lo realizza: ascoltare significa riconoscere l’altro, dirgli che è importante, che ciò che porta è prezioso e che in lui è già all’opera lo Spirito. In questi anni, dando spazio al racconto delle persone, delle comunità e dei territori – nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nei dialoghi con le istituzioni – si è resa visibile una Chiesa che accoglie e che invita; sono cresciuti l’attenzione e il dialogo anche con chi normalmente resta ai margini delle comunità. L’esperienza della “conversazione nello Spirito”, vissuta nei gruppi sinodali, ha generato in molte comunità una vitalità nuova: come in piccoli cenacoli, lo Spirito ha potuto operare più in profondità di quanto ci si aspettasse, mostrando quanto sia fecondo credere davvero nella sua azione libera e generosa .

Direi che sia veramente assai proficuo per tutti noi riflettere, meditare e crescere nella capacità di ascoltare e di ascoltarci.

2. Il Consiglio Pastorale Diocesano ha iniziato ad esercitarsi nell’arte del discernimento comunitario e continuerà a farlo. Riporto qui quanto è stato raccontato di quell’esperienza nella nostra Assemblea diocesana di fine anno pastorale (Chivasso, 6 giugno 2026):

Siamo qui oggi per condividere con voi il culmine di un esercizio di ascolto profondo che ci ha visti coinvolti come testimoni appassionati del tempo che abitiamo. Come Consiglio Pastorale Diocesano abbiamo scelto di non restare in superficie, ma di scendere nelle pieghe della nostra realtà ecclesiale, guidati da una domanda coraggiosa e, per certi versi, scomoda: “Quali sono i vuoti che riscontriamo nelle nostre comunità?”. È un interrogativo che richiede umiltà. Ci ha obbligati, infatti, a distogliere temporaneamente lo sguardo da ciò che già funziona, dalle nostre consuetudini rassicuranti, per posarlo invece sulle mancanze, sulle assenze e sulle solitudini che spesso restano invisibili ai nostri occhi. Per rispondere, non abbiamo cercato soluzioni teoriche. Abbiamo invece intrapreso la strada del discernimento comunitario, convinti che la voce dello Spirito non risuoni nell’isolamento, ma nel confronto fraterno e sincero. Ci siamo suddivisi in tre gruppi di lavoro, trasformando questo tempo in un’occasione per “abitare”questi vuoti, guardandoli in faccia senza timore. Quello che sto per condividere non è dunque un freddo elenco di criticità, ma una mappa viva: la mappa delle nuove frontiere dove la nostra Chiesa diocesana è chiamata oggi a farsi prossima. Nei contributi emersi dai tre gruppi, che ora andrò a esporre, non leggerò delle carenze, ma dei nuovi punti di partenza attraverso i quali può passare una nuova luce e una rinnovata speranza per il nostro cammino comune.

Il primo vuoto che abbiamo identificato non è esterno, ma interno: è una crisi di testimonianza. Abbiamo riconosciuto con onestà la fatica di essere cristiani “attrattivi”. Spesso le nostre parole non brillano abbastanza da incuriosire chi ci guarda, perché forse si è appannata la nostra capacità di riconoscere il bene laddove esso fiorisce al di fuori dei nostri recinti ecclesiali. C’è un vuoto di stupore: se non sappiamo vedere la grazia che opera nel mondo, come possiamo sperare che il mondo veda la grazia in noi? Per colmare questa distanza, il discernimento ci indica una strada precisa: ritornare all’essenzialità. Non abbiamo bisogno di strutture più pesanti, ma di una vita spirituale più ricca, più nutrita, capace di scarnificare il superfluo per rimettere al centro l’incontro vivo con Cristo. Solo una spiritualità solida può trasformare la nostra presenza in una calamita che attrae per irradiazione.

Il secondo grande vuoto che riscontriamo riguarda la forma delle nostre relazioni, spesso segnate da divisione e mancanza di concordia. Per reagire, rischiamo di rifugiarci nell’uniformità, un vuoto di coraggio che appiattisce le differenze; dobbiamo invece coltivare l’unità, una pienezza che armonizza storie diverse. Oggi molti faticano a riconoscere la propria comunità, rendendo necessari strumenti pratici e nuovi linguaggi per stare al passo con le comunità digitali e tornare così ad attrarre gli altri. Sentiamo infatti, la mancanza di dialogo e momenti di condivisione, portando ad uno stazionamento e ad un “si è sempre fatto cosi”. Per colmare questo vuoto, siamo chiamati a stare al passo con le nuove generazioni, imparando ad accompagnarle e a essere testimoni credibili della nostra fede. Questo richiede di generare costantemente momenti di condivisione e di dialogo, trasformando i nostri spazi in luoghi aperti dove si costruiscono legami di comunità in comunità. Solo abitando questa dinamica di ascolto e di rete potremo superare l’isolamento, trasformando la nostra diversità in una forza magnetica capace di parlare al cuore del mondo contemporaneo.

Il terzo vuoto che abbiamo riscontrato è quello della missionarietà: troppo spesso ci limitiamo a lamentarci del numero di partecipanti alle attività nella Diocesi senza chiederci che impressione abbiamo lasciato su chi guarda i volantini e passa davanti alle nostre chiese. Dobbiamo allora avere il coraggio di essere missionari in tutti i contesti, riscoprendoci (come dice Papa Leone XIV) piccolo gregge portatore di speranza per tutti – anche quando la Chiesa è minoritaria. Tutto ciò che abbiamo condiviso oggi nasce dall’ascolto della Parola di Dio, il terreno fertile da cui abbiamo fatto germogliare questo cammino di discernimento comunitario. Non siamo partiti da noi stessi, ma dal Vangelo, per guardare con umiltà ai nostri vuoti e trasformarli in spazi di speranza. Affidiamo nuovamente questo impegno alla Parola che ci ha guidati, affinché non resti un freddo elenco di criticità, ma diventi una mappa viva per essere, anche come piccolo gregge, testimoni credibili e luminosi nel mondo di oggi.

Buon cammino carissimi fratelli e sorelle, l’Assunta nostra patrona ci sproni a non perdere mai la speranza e a ricordare quale sia la meta.

Lourdes, 31 agosto 2026

+ Daniele SALERA
Vescovo di Ivrea