Messaggio alla Diocesi per la S. Quaresima 2022

1. Il cammino quaresimale “grazie al quale tutto rifiorisce”, carissimi Fratelli e Sorelle, inizia anche quest’anno con il gioioso annuncio: “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza”.

Queste parole a cui, nella S. Messa del mercoledì delle Ceneri, rispondiamo “Rendiamo grazie a Dio” mettono subito in evidenza che il protagonista di questa straordinaria avventura è Dio, “grande nell’amore”. È Lui che apre la strada di un nuovo esodo per condurci fuori dalla schiavitù in cui continuamente ricadiamo; ed è Lui che sostiene le nostre deboli forze lungo il cammino che ci propone e di cui ci indica anche i passi fondamentali: preghiera e ascolto della Sua Parola per vedere ciò che realmente siamo, come viviamo e dove ci troviamo; digiuno per dare alla nostra vita un nuovo orientamento attraverso un sano distacco da noi stessi e dai criteri di giudizio che il mondo propone e che noi accogliamo; elemosina, in tutte le forme della carità, per aprirci alla condivisione, al dono di noi stessi, secondo la vera dimensione della creatura nuova nata nel Battesimo.

Siate santi perché io sono santo” ci dice il Signore. E noi comprendiamo, a questa luce, che la santità non è riservata ad anime speciali, ma è la “stoffa ordinaria della vita cristiana”, tessere la quale significa mettere il Signore al cuore della nostra vita e del nostro agire.

Le virtù che ammiriamo in un santo – diceva lucidamente Papa Benedetto – non sono una sorta di risultato olimpico, ma l’opera di Dio che diventa visibile in una persona e attraverso di essa”; e il servo di Dio Divo Barsotti affermava:Il Signore non vi ha negato nulla di Sé. La santità viene in seguito all’averlo ricevuto. Dovete avere soltanto una preoccupazione: credere e credere sul serio e credere che è qui, credere che vi ama e credere che siete con Lui. È il vivere con Lui che ci farà buoni; è l’accogliere Lui che ci farà santi. “Chi è un santo?” chiesero al servo di Dio Luigi Giussani; rispose: “È un uomo vero perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costruito il suo cuore”.

A questo il Signore ci chiama, ognuno nel suo stato di vita, nei rapporti, nel lavoro, nelle situazioni liete e dolorose della vita di ogni giorno. Ed è questo ciò di cui la Chiesa ha bisogno nel suo faticoso cammino lungo i tornanti della storia: sant’Agostino dice che la prima domanda che rivolgiamo al Padre nella preghiera insegnata da Gesù – “Sia santificato il tuo nome” – significa chiedergli: “Fà che ci santifichiamo per mezzo di Te”.

Non avere paura della santità! – scrive il Santo Padre Francesco nella ‘Gaudete et exsultate’ – Non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario. Arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere. Dipendere da Lui ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità.  Ogni cristiano, nella misura in cui si santifica, diventa più fecondo per il mondo. Non avere paura di puntare più in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio. Non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. Nella vita – diceva León Bloy – non c’è che una tristezza, quella di non essere santi”.

2. Nel cammino quaresimale incrociamo, quest’anno e nei prossimi, il “cammino sinodale”. Non è difficile vedere che i passi dell’uno e dell’altro – comuni sotto tanti aspetti – si compiono sulla stessa strada che è quella di un vero rinnovamento dei singoli e delle comunità. La Chiesa che è in Italia, accogliendo la chiamata del Papa, ha articolato in tre fasi il “cammino sinodale”: la prima – di cui a suo tempo a tutte le comunità sono state comunicate le modalità e le tempistiche – è in corso.

Gli incontri comunitari, il confronto fraterno “siano occasione di ripresa, di uno scatto di vitalità, di cui le nostre comunità hanno bisogno” ho proposto nella Lettera Pastorale; e ai Sacerdoti, nella concomitante lettera a loro indirizzata, ho scritto: “Nella situazione che l’epidemia ha prodotto e di fronte alle crepe che ha svelato, già presenti sottotraccia da molto tempo, a nessuno sfugge che sono indispensabili dei profondi cambiamenti per attuare i quali occorre coraggio. Non possiamo permettere al Covid di farci ‘tirare i remi in barca’. Non possiamo limitarci allo stretto indispensabile in attesa di tempi migliori: il tempo migliore è sempre quello nel quale la Provvidenza ci chiama a vivere”.

Nell’attesa di ricevere i contributi di riflessione maturati nelle comunità – in incontri certamente non agevolati dalla situazione sanitaria migliorata, ma non risolta – e di inviarli alla Conferenza Episcopale che li trasmetterà al Sinodo dei Vescovi, desidero ricordare che il “cammino sinodale” proseguirà, in Italia, nelle fasi “sapienziale” e “profetica”: valutazione, alla luce dello Spirito Santo, di quanto si è rilevato e concrete proposte per la vita ecclesiale, per la  irrinunciabile missione di annunciare Gesù Cristo a chi ancora partecipa alla vita della comunità cristiana, e, con particolare urgenza, e metodi nuovi, a chi dalla comunità è lontano; senza nascondersi che “vicini” e “lontani” vivono oggi in un contesto segnato da una profonda crisi di fede e che la missione ha bisogno di comunità in relazione alle quali si possa dire: “Vieni e vedi”.

Una delle tentazioni più serie che soffocano il fervore e l’audacia – ci ricorda il Papa nella ‘Evangelii gaudium’ è il senso di sconfitta che ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura”. “Occorre che nelle comunità cristiane – leggiamo nell’Istruzione ‘La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa (20.07.2020)’ – si attui una decisa scelta missionaria, capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato alla evangelizzazione del mondo attuale, più che all’autopreservazione. La mera ripetizione di attività senza incidenza nella vita delle persone concrete, rimane uno sterile tentativo di sopravvivenza, spesso accolto dall’indifferenza generale. La conversione pastorale deve toccare l’annuncio della Parola di Dio, la vita sacramentale e la testimonianza della carità, ovvero gli ambiti essenziali nei quali la parrocchia cresce e si conforma al Mistero in cui crede. Ma la conversione delle strutture, che la parrocchia deve proporsi, richiede “a monte” un cambiamento di mentalità e un rinnovamento interiore, soprattutto di quanti sono chiamati alla responsabilità della guida pastorale”.

C’è bisogno, carissimi Fratelli e Sorelle, Sacerdoti, Religiosi e Laici, di coraggio e di rinnovata fiducia. C’è bisogno di carità vera (“Ubi caritas est vera Deus ibi est”), capace di generare la concordia che non è uniformità in ciò che è opinabile, ma la volontà di raggiungere insieme, pur partendo da punti di vista anche diversi, ciò che il discepolo di Cristo, alla luce del Vangelo, deve volere.

Buon cammino!

† Edoardo, Vescovo

24-02-2022