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Messaggio per la Santa Pasqua 2022

Carissimi Fratelli e Sorelle della Diocesi di Ivrea,

ho la gioia ancora una volta – è la decima – di augurarvi “Buona Pasqua”!

Questo augurio che ci scambiamo in questi giorni sarebbe pura convenzione, usanza ereditata dalla storia di un popolo segnato dalla fede in Gesù Cristo risorto, se non fossimo convinti che “Surrexit Dominus vere”, che Egli è veramente risorto e quindi presente e vivo dentro la nostra esistenza, nei giorni faticosi e densi di preoccupazione che nel momento attuale stiamo vivendo.

Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” ci dice e, come più di venti secoli fa, ci ripete la promessa: “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amore mio la troverà. Chi perderà la sua vita per me la troverà”.

Perdere per Lui la vita significa donarGliela, viverla mettendo la nostra libertà e la nostra volontà nelle Sue mani; significa appartenerGli.

Nel biglietto di auguri preparato anche quest’anno per le feste pasquali ho riportato un pensiero di un grande sacerdote della nostra epoca.

Lo propongo a tutti, sacerdoti e laici, come luce sul cammino.

«Tutto si rinnova nel contatto con Lui. Oh, non aspettiamo di essere buoni per vivere insieme al Signore! È il vivere con Lui che ci farà buoni; è l’accogliere Lui che ci farà santi. Non c’è altra santità. Lo guarderò e mi basterà. Non vivrò che per il Signore e non saprò davvero che la mia vita è sacrificio. È una vita di sacrificio quella di una donna che ama veramente il vivere soltanto per colui che ama? Dovete avere soltanto una preoccupazione: credere e credere sul serio e credere che è qui, credere che vi ama e credere che siete con Lui. È il vivere con Lui che ci farà buoni; è l’accogliere Lui che ci farà santi» (Divo Barsotti)

Surrexit Dominus vere! Il Signore è veramente risorto! Alleluia

+ Edoardo, vescovo


Collette Terra Sante e Ucrania

La Terra Santa non è fatta solo di pietre e di luoghi. Ci sono dei nostri fratelli di fede che là vivono, in situazioni sempre difficili, precarie da tanti punti di vista. Sono essi, le loro comunità, a far sì che, quando andiamo pellegrini in Terra Santa, non ci troviamo solo di fronte a monumenti. Essi sono la Chiesa vivente in quella terra! 

La Colletta pro Terra Sancta che ogni anno si fa il Venerdì Santo nasce dalla volontà dei Papi di mantenere forte il legame tra tutti i cristiani del mondo e i Luoghi Santi; ed è aiuto indispensabile per chi là vive, permettendo il permanere della presenza cristiana nella terra delle origini cristiane. 

Non dimentichiamo questi fratelli!  Confidando nella generosità di tutti, ricordo ai Sacerdoti che la Colletta – richiesta dalla Sede Apostolica – può essere collocata anche in una domenica del Tempo pasquale. 

*

In costante collegamento con le Caritas in Ucraina, la Caritas Italiana resta accanto alla popolazione coinvolta, supportando anche le Caritas dei Paesi confinanti per l’accoglienza delle persone in fuga dalla guerra, garantendo le azioni necessarie per rispondere ai bisogni più urgenti e contribuendo all’accoglienza di quanti arrivano in Italia. 

La Conferenza Episcopale Italiana ha esortato le Diocesi ad attivarsi, come segno della concreta solidarietà di tutti i credenti, per una giornata di raccolta fondi da inviare entro il 15 maggio p.v. Nella nostra Diocesi la domenica della raccolta sarà l’8 maggio.

I Parroci sono pregati di consegnare in Curia le offerte dei fedeli che saranno trasmesse alla Caritas Italiana, secondo le modalità dalla stessa comunicate.  Confido nella generosità di tutti.

† Edoardo, vescovo

Santa Pasqua 2022

«Tutto si rinnova nel contatto con Lui. Oh, non aspettiamo di essere buoni per vivere insieme al Signore! È il vivere con Lui che ci farà buoni; è l’accogliere Lui che ci farà santi. Non c’è altra santità. Lo guarderò e mi basterà. Non vivrò che per il Signore e non saprò davvero che la mia vita è sacrificio. È una vita di sacrificio quella di una donna che ama veramente il vivere soltanto per colui che ama? Dovete avere soltanto una preoccupazione: credere e credere sul serio e credere che è qui, credere che vi ama e credere che siete con Lui. È il vivere con Lui che ci farà buoni; è l’accogliere Lui che ci farà santi» (Divo Barsotti)

Surrexit Dominus vere! Alleluia!

+ Edoardo, vescovo


Consacrazione della Russia e dell’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria

AL CLERO E AI FEDELI DELLA DIOCESI

Ivrea, 16 marzo 2022

Consacrazione della Russia e dell’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria

“Venerdì 25 marzo, durante la Celebrazione della Penitenza che presiederà alle 17 nella Basilica di San Pietro, Papa Francesco consacrerà all’Immacolato Cuore di Maria la Russia e l’Ucraina. Lo stesso atto, lo stesso giorno, sarà compiuto a Fatima dal cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, come inviato dal Santo Padre”.

(Dichiarazione del direttore della Sala Stampa della Santa Sede).

Carissimi Fratelli e Sorelle, 

ci uniamo al Santo Padre in questo atto solenne che la Vergine Santa, nell’apparizione del 13 luglio 1917 a Fatima, aveva chiesto domandando la consacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato; atto compiuto dal ven. Pio XII, il 7 luglio 1952, quando consacrò i popoli della Russia al Cuore Immacolato di Maria nella Lettera apostolica Sacro vergente anno; da san Paolo VI che rinnovò la consacrazione, il 21 novembre 1964, alla presenza di Padri del Concilio Vaticano II; e che  san Giovanni Paolo II compì come Atto di affidamento nella Basilica di Santa Maria Maggiore il 7 giugno 1981 e ancora durante l’Anno Santo della Redenzione, il 25 marzo 1984, in piazza San Pietro, in unione spirituale con tutti i Vescovi del mondo. 

Invito tutta la Diocesi ad un momento di Adorazione Eucaristica che chiedo ai Parroci di organizzare il 25 marzo, solennità dell’Annunciazione del Signore, alla stessa ora o, se non è possibile, in altro momento della giornata. 

Il Vescovo presiederà la preghiera e l’Adorazione nella chiesa di S. Maurizio alle ore 17. Celebrerà la S. Messa, con la medesima intenzione, alle ore 20 nella chiesa di S. Maria in Zinzolano della Fraternità di Nazaret.

+Edoardo, vescovo


IV centenario della Canonizzazione dei Ss. Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Teresa d’Avila, Isidoro agricoltore

Per riconoscenza verso la Congregazione dell’Oratorio e il suo Fondatore non potevo mancare a Roma alla Messa presieduta dal Santo Padre il 12 marzo scorso in ricordo dei cinque santi che il suo lontano predecessore Gregorio XV aveva canonizzato nello stesso giorno del marzo 1622; e, il giorno dopo, alla celebrazione solenne in cui la Famiglia Oratoriana ha espresso a Padre Filippo la propria gioia per la sua glorificazione, la più alta che la Chiesa conferisca a un suo figlio.

Filippo Neri (1515-1595), Ignazio di Loyola (1491-1556), Francesco Saverio (1506-1552), Teresa d’Avila (1515-1582) – campioni di quella Riforma Cattolica che è stata molto più che una reazione alla Riforma luterana – e con essi il laico Isidoro che in altra epoca (1080-1130) servì Dio lavorando i suoi campi, umile contadino della campagna intorno a Madrid, sono coloro di cui “Pasquino” disse: “Oggi er Papa fa quattro spagnoli e un santo”: mordace ironia del popolo romano…

È bello guardare ai cinque santi cercando di cogliere da una loro parola qualche lineamento del loro volto.

S. Ignazio di Loyola. “Prega come se tutto dipendesse da Dio e lavora come se tutto dipendesse da te”.

Battezzato con il nome di Iñigo – che gli si addiceva perfettamente per il temperamento di fuoco che aveva ricevuto – lo cambiò in Ignazio quando, con la conversione, mise quel fuoco al servizio del Regno di Dio. Si era avviato alla vita del cavaliere, alle Corti di Spagna, tra divertimenti e combattimenti. Nell’assedio di Pamplona una grave ferita alla gamba lo fermò costringendolo ad una lunga convalescenza, durante la quale la lettura della “Vita di Cristo” e della “Legenda Aurea” lo convinse che era Gesù l’unico vero Signore al quale

si poteva dedicare la fedeltà di cavaliere. Ristabilitosi, andò pellegrino a Gerusalemme; a Barcellona, nell’abbazia di Monserrat fece la confessione generale, si spogliò degli abiti cavallereschi vestendo quelli di un povero e con il voto di castità perpetua fece il primo passo verso una vita religiosa. A Manresa, al suo ritorno, condusse, per più di un anno, vita di preghiera e di penitenza. Fu qui che “ricevette una grande illuminazione” sulla possibilità di fondare una Compagnia di consacrati. In una grotta dei dintorni, in piena solitudine, prese a scrivere una serie di meditazioni e di norme, che, successivamente rielaborate, formarono i celebri “Esercizi Spirituali”. Intuì che per svolgere adeguatamente l’apostolato occorreva studiare; a 33 anni iniziò questo impegno, fino ad ottenere, a Parigi, il dottorato in filosofia. Nel 1534 con i primi compagni, tra cui Francesco Xavier, nella cappella di Montmartre fece voto di vivere in povertà e castità; si sarebbero messi a disposizione del Papa, che avrebbe deciso il loro genere di vita apostolica e il luogo dove esercitarla. Ordinato sacerdote, insieme a due compagni andò a Roma; una visione lo confermò nell’idea di fondare una “Compagnia” che portasse il nome di Gesù.

S. Filippo Neri. “Bisogna buttarsi in tutto e per tutto nelle mani del Signore. Se Dio vorrà, vi farà lui buoni in quello che vi vorrà adoperare… Chi vuol altro che Cristo non sa quel che vuole, e chi chiede altro che Cristo non sa quel che domanda”.

In obbedienza al Papa rimase a Roma a coordinare le attività della Compagnia e ad occuparsi dei poveri, degli orfani e degli ammalati, fino alla morte.

Fiorentino di nascita e di formazione, arrivò a Roma non ancora ventenne: “È come se una luce venisse accesa nel buio della miseria che annida tra le antiche glorie dell’Urbe” è stato scritto.

Di giorno, viso simpatico e cuore lieto, porta, ben prima di essere prete, il calore di Dio a chi incontra e a chi giace all’Ospedale degli Incurabili; di notte, sul sagrato di una chiesa o nelle catacombe, un’anima di fuoco, immerso in un dialogo intimo con Dio, tanto da ricevere il dono di una speciale effusione di Spirito Santo che gli dilatò anche fisicamente il cuore.

“Appassionato annunciatore della Parola di Dio” disse Papa Francesco nel 500.mo della nascita di Filippo. La paternità spirituale di questo “cesellatore di anime” “traspare da tutto il suo agire, caratterizzato dalla fiducia nelle persone, dal rifuggire dai toni foschi ed accigliati, dallo spirito di festosità e di gioia, dalla convinzione che la grazia non sopprime la natura ma la sana, la irrobustisce e la perfeziona”. “Si accostava alla spicciolata ora a questo, ora a quello e tutti divenivano presto suoi amici”, racconta il suo primo biografo e il Papa commenta: “Amava la spontaneità, rifuggiva dall’artificio, sceglieva i mezzi più divertenti per educare alle virtù cristiane, al tempo stesso proponeva una sana disciplina che implica l’esercizio della volontà per accogliere Cristo nel concreto della propria vita”.

L’Oratorio nasce così, non per un progetto disegnato sulla carta. “Grazie anche all’apostolato di San Filippo – riconosce Papa Francesco – l’impegno per la salvezza delle anime tornava ad essere una priorità nell’azione della Chiesa”. Approdò al sacerdozio a 36 anni, ma l’ordinazione non dovette comportare sostanziali cambiamenti di vita e stile. Col tempo, attorno a lui prese corpo la prima comunità, cellula della futura Congregazione che Gregorio XIII approverà nel 1575.

“Apostolo di Roma” lo proclamarono i Papi: con Pietro e Paolo unico nella numerosa schiera dei santi che vissero e lavorarono nel centro della Cattolicità. “Chi fa bene a Roma – diceva Filippo – fa bene al mondo intero”.

S. Teresa d’Avila. “Dio non smette di occuparsi di me e della mia anima: la desidera indefessamente. Ma viene il demonio con le sue grandi astuzie e, sotto colore di bene, la distacca a poco a poco dalla volontà divina in ben piccole cose, destandole interesse per altre che le fa credere non siano cattive, offuscandole man mano l’intelligenza, raffreddandole la volontà e facendole crescere l’amor proprio, finché, da una cosa all’altra, la va allontanando dal volere di Dio e avvicinando al suo proprio volere. Non c’è da fare altro che riconoscere la nostra indigenza e consacrargli tutta la ns volontà”.

Nella Basilica Vaticana, sotto la statua di questa donna forte e tenace, si legge: “Mater spiritualium”, dove “spirituali” non indica solo alcune anime elevate a particolari stati mistici, ma tutti coloro che si impegnano a vivere la vita cristiana, che è vita “nello Spirito Santo”.

Fu davvero imponente la sua opera riformatrice, convinta com’era che alle terribili lacerazioni della Chiesa non si poteva rispondere se non rinnovando la propria fedeltà a Dio, con una vita che si lascia cambiare dall’amore a Cristo e alla Chiesa, fermamente convinta che solo nella comunione con il

Signore si trovano i doni di grazia per la Chiesa martoriata da corruzioni, infedeltà, e scismi.
La sua vita spirituale fu costante “progresso” nell’adesione a Cristo, fino a diventare “Teresa di Gesù”: «Piaccia a Dio – scriveva – che vi impegniate a crescere”. “Poco mi curo di ciò che si dica o si sappia di me. Ciò che mi interessa è ogni più piccolo progresso che l’anima possa fare”. E dunque: «Nada te turbe, nada te espante. Quien a Dios tiene nada le falta… Solo Dios basta!»: «Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Tutto passa, solo Dio non cambia. La pazienza ottiene tutto. Chi ha Dio non manca di nulla: solo Dio basta!».

S. Francesco Saverio.Ti ringrazio, Signore, per la provvidenza di avermi dato un compagno come questo Ignazio, dapprima così poco simpatico”.

Dopo aver peregrinato per terre, mari e isole in Oriente per annunciare Cristo ai pagani, quando ormai si trovava alle porte della Cina, sentì da Dio: “Francesco, figlio mio, cessa la tua lotta e vieni da Me!”: da Francesco Dio non voleva la Cina: voleva Francesco. L’intrepido missionario morì dicendo: “Sì, mio Redentore, prima di ogni altra cosa e sopra tutte le cose, si compiano i Vostri perfettissimi disegni e solo così, Vi sarà data la maggior gloria!”.

Pioniere delle missioni dei tempi moderni, patrono di esse con S. Teresa di Gesù Bambino, Francesco nacque nel castello di Xavier, in Navarra. Nel 1525 si recò all’università di Parigi sognando pingui benefici nella diocesi di Pamplona. L’incontro con Ignazio di Loyola fu provvidenziale: lo trasformò in araldo del Vangelo. Più tardi Ignazio dirà di Francesco: fu “il più duro pezzo di pasta che avessi mai avuto da impastare”. I passi di Ignazio – sopra ricordati – furono anche i suoi fino al 1540, quando fu mandato alle Indie Orientali. A Goa, cominciò il suo apostolato nella colonia portoghese che con la sua vita immorale scandalizzava persino i pagani. Poi estese il suo ministero ai malati, ai prigionieri e agli schiavi. Dopo cinque mesi fu mandato al sud del paese; per due anni passò di villaggio in villaggio, esposto a mille pericoli, fondando chiese e scuole, facendosi a tutti maestro, medico, giudice nelle liti, difensore contro le esazioni dei portoghesi, salutato ovunque quale santo e taumaturgo. Aprì nuovi campi all’apostolato: nella Malacca, nelle Molucche, abitate dai cacciatori di teste, nell’isola di Amboina, presso la Nuova Guinea, fino alle isole del Moro. Sedotto dalle notizie avute sul Giappone e i suoi abitanti partì per andarli ad evangelizzare. Di lì, senza poterla raggiungere, si mise in viaggio per la Cina.

Di Isidoro contadino non abbiamo parole da riportare; se dovessi mettergliene una sulle labbra, sceglierei questa, di Francesco Saverio: “Signore, io ti amo non perché puoi darmi il Paradiso o condannarmi all’Inferno, ma perché sei il mio Dio. Ti amo perché Tu sei Tu”.

La sua vita, così diversa da quella di tre preti santi e di una santa monaca, era santa come la loro. Non aveva fondato né riformato ordini, non aveva costruito monasteri, né aveva lasciato grandi opere dottrinali o mistiche: aveva amato una donna (Maria Toribia, beatificata anch’ella alla fine del ‘600), allevato un figlio e coltivato la terra, pregando e condividendo i suoi averi con i più poveri. Gregorio XV lo innalzò nella gloria dei santi insieme a quei quattro grandi della Riforma Cattolica. Mi ricorda la scelta fatta da S. Giovanni Paolo II quando, sulla gloria degli altari, pose la piccola Bakhita accanto a san Josemaría Escrivá de Balaguer.

Che spettacolo, la santità! Un mio confratello oratoriano, il ven. Raimondo Calcagno, diceva: “È l’unica cosa che ci rende davvero interessanti al mondo”.

Il Cinquecento, che vide spaccarsi la Chiesa e l’Europa e scoppiare il bubbone di disordine morale presente da tempo nella vita di molte membra della Chiesa, assistette al sorgere di così numerosi esempi di santità che si rimane stupiti anche solo a scorrere l’elenco dei più noti tra quelli canonizzati.

Quel secolo vide svilupparsi un’ampia e fervida azione caritativa al servizio dei poveri, degli ammalati, dei giovani, di ogni categoria di bisognosi. I vecchi ordini religiosi con fatica tendono a riformarsi al loro interno: monasteri e conventi adottano una regola riformata; nuovi ordini nascono dal tronco di quelli antichi; le nuove scoperte geografiche lanciano la Chiesa nella evangelizzazione dei popoli. Nel malcostume diffuso, alcuni vescovi si distinguono per capacità e zelo pastorale. E si potrebbe continuare… Il grande impulso dato dal Concilio di Trento (1545-1563) all’azione della Chiesa cattolica per contrastare, da un lato, il luteranesimo e, dall’altro, per riformarsi al suo interno, fu accolto e vissuto da una splendida schiera dei santi, un firmamento di stelle di cui ancora ammiriamo la luce.

† Edoardo Aldo Cerrato, C.O.


Messaggio in occasione del 360° anniversario del miracolo eucaristico di Palazzo C.se

Ivrea, 9 marzo 2022

Ogni giorno, nella cappella del Vescovado, leggo sulla vetrata sovrastante l’altare, in riferimento ai numerosi Congressi eucaristici che hanno segnato il cammino della nostra diocesi: “Eporedia eucharisticis conventibus clarissima”. A suggerirmi, tuttavia, di dedicare all’Eucarestia ed alla celebrazione di essa il triennio pastorale che ora va verso la conclusione, più che il ricordo di un significativo passato, è l’urgenza oggi evidente di ritornare al cuore della vita della Chiesa.

Il nostro cammino è stato introdotto da un anno (2018-2019) dedicato alla riflessione su che cos’è la S. Messa, alla luce delle 15 Catechesi di Papa Francesco, per viverne consapevolmente le parole, i gesti, i segni e i momenti della celebrazione; essa, infatti, è “scuola” di vita cristiana e fonte e culmine verso cui tende tutta l’azione della Chiesa; al primo posto nella Celebrazione non c’è la nostra azione, ma quella di Dio; il suo scopo primario è l’incontro con Cristo vivo e presente; e la partecipazione attiva – del sacerdote che presiede e dei fedeli – si attua, in primo luogo, nell’accogliere nella fede l’azione di un Altro, che è il vero Protagonista.   

A partire da questa riflessione, il cammino triennale si è sviluppato in tre tappe: 2019-20: Eucaristia: convocati alla presenza del Signore. Tema: la vocazione; 2020-21: Eucaristia: Parola e Pane di vita. Tema: la Parola al centro della catechesi e liturgia; il pane spezzato nella condivisione con i più poveri; 2021-22: Eucarestia: dalla celebrazione alla testimonianza. Tema: la “nuova evangelizzazione” e l’impegno di testimonianza nella carità. 

Perché ricordo tutto questo?

Perché, quando dalla Parrocchia di Palazzo mi è stata comunicata l’intenzione di solennizzare il 360° anniversario del Miracolo eucaristico avvenuto nella chiesa – “celebrando la S. Messa, il 18 marzo 1662, il Parroco don Bartolomeo Monte” – ho ringraziato per l’iniziativa vedendo in essa una coincidenza significativa.

Mentre mi unisco di cuore alla preghiera e alla adorazione del SS. Sacramento da parte della Comunità parrocchiale di Palazzo, estendo a tutta la Diocesi l’invito a far festa, domenica 20 marzo, al Signore Gesù che rimane con noi e sostiene la Sua Chiesa nel suo faticoso cammino lungo i tornanti della storia.

† Edoardo, vescovo 

Messaggio alla Diocesi per la S. Quaresima 2022

1. Il cammino quaresimale “grazie al quale tutto rifiorisce”, carissimi Fratelli e Sorelle, inizia anche quest’anno con il gioioso annuncio: “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza”. 

Queste parole a cui, nella S. Messa del mercoledì delle Ceneri, rispondiamo “Rendiamo grazie a Dio” mettono subito in evidenza che il protagonista di questa straordinaria avventura è Dio, “grande nell’amore”. È Lui che apre la strada di un nuovo esodo per condurci fuori dalla schiavitù in cui continuamente ricadiamo; ed è Lui che sostiene le nostre deboli forze lungo il cammino che ci propone e di cui ci indica anche i passi fondamentali: preghiera e ascolto della Sua Parola per vedere ciò che realmente siamo, come viviamo e dove ci troviamo; digiuno per dare alla nostra vita un nuovo orientamento attraverso un sano distacco da noi stessi e dai criteri di giudizio che il mondo propone e che noi accogliamo; elemosina, in tutte le forme della carità, per aprirci alla condivisione, al dono di noi stessi, secondo la vera dimensione della creatura nuova nata nel Battesimo.  

Siate santi perché io sono santo” ci dice il Signore. E noi comprendiamo, a questa luce, che la santità non è riservata ad anime speciali, ma è la “stoffa ordinaria della vita cristiana”, tessere la quale significa mettere il Signore al cuore della nostra vita e del nostro agire. 

Le virtù che ammiriamo in un santo – diceva lucidamente Papa Benedetto – non sono una sorta di risultato olimpico, ma l’opera di Dio che diventa visibile in una persona e attraverso di essa”; e il servo di Dio Divo Barsotti affermava:Il Signore non vi ha negato nulla di Sé. La santità viene in seguito all’averlo ricevuto. Dovete avere soltanto una preoccupazione: credere e credere sul serio e credere che è qui, credere che vi ama e credere che siete con Lui. È il vivere con Lui che ci farà buoni; è l’accogliere Lui che ci farà santi. “Chi è un santo?” chiesero al servo di Dio Luigi Giussani; rispose: “È un uomo vero perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costruito il suo cuore”.

A questo il Signore ci chiama, ognuno nel suo stato di vita, nei rapporti, nel lavoro, nelle situazioni liete e dolorose della vita di ogni giorno. Ed è questo ciò di cui la Chiesa ha bisogno nel suo faticoso cammino lungo i tornanti della storia: sant’Agostino dice che la prima domanda che rivolgiamo al Padre nella preghiera insegnata da Gesù – “Sia santificato il tuo nome” – significa chiedergli: “Fà che ci santifichiamo per mezzo di Te”.

Non avere paura della santità! – scrive il Santo Padre Francesco nella ‘Gaudete et exsultate’ – Non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario. Arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere. Dipendere da Lui ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità.  Ogni cristiano, nella misura in cui si santifica, diventa più fecondo per il mondo. Non avere paura di puntare più in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio. Non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. Nella vita – diceva León Bloy – non c’è che una tristezza, quella di non essere santi”.

2. Nel cammino quaresimale incrociamo, quest’anno e nei prossimi, il “cammino sinodale”. Non è difficile vedere che i passi dell’uno e dell’altro – comuni sotto tanti aspetti – si compiono sulla stessa strada che è quella di un vero rinnovamento dei singoli e delle comunità. La Chiesa che è in Italia, accogliendo la chiamata del Papa, ha articolato in tre fasi il “cammino sinodale”: la prima – di cui a suo tempo a tutte le comunità sono state comunicate le modalità e le tempistiche – è in corso.

Gli incontri comunitari, il confronto fraterno “siano occasione di ripresa, di uno scatto di vitalità, di cui le nostre comunità hanno bisogno” ho proposto nella Lettera Pastorale; e ai Sacerdoti, nella concomitante lettera a loro indirizzata, ho scritto: “Nella situazione che l’epidemia ha prodotto e di fronte alle crepe che ha svelato, già presenti sottotraccia da molto tempo, a nessuno sfugge che sono indispensabili dei profondi cambiamenti per attuare i quali occorre coraggio. Non possiamo permettere al Covid di farci ‘tirare i remi in barca’. Non possiamo limitarci allo stretto indispensabile in attesa di tempi migliori: il tempo migliore è sempre quello nel quale la Provvidenza ci chiama a vivere”.

Nell’attesa di ricevere i contributi di riflessione maturati nelle comunità – in incontri certamente non agevolati dalla situazione sanitaria migliorata, ma non risolta – e di inviarli alla Conferenza Episcopale che li trasmetterà al Sinodo dei Vescovi, desidero ricordare che il “cammino sinodale” proseguirà, in Italia, nelle fasi “sapienziale” e “profetica”: valutazione, alla luce dello Spirito Santo, di quanto si è rilevato e concrete proposte per la vita ecclesiale, per la  irrinunciabile missione di annunciare Gesù Cristo a chi ancora partecipa alla vita della comunità cristiana, e, con particolare urgenza, e metodi nuovi, a chi dalla comunità è lontano; senza nascondersi che “vicini” e “lontani” vivono oggi in un contesto segnato da una profonda crisi di fede e che la missione ha bisogno di comunità in relazione alle quali si possa dire: “Vieni e vedi”.  

Una delle tentazioni più serie che soffocano il fervore e l’audacia – ci ricorda il Papa nella ‘Evangelii gaudium’ è il senso di sconfitta che ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura”. “Occorre che nelle comunità cristiane – leggiamo nell’Istruzione ‘La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa (20.07.2020)’ – si attui una decisa scelta missionaria, capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato alla evangelizzazione del mondo attuale, più che all’autopreservazione. La mera ripetizione di attività senza incidenza nella vita delle persone concrete, rimane uno sterile tentativo di sopravvivenza, spesso accolto dall’indifferenza generale. La conversione pastorale deve toccare l’annuncio della Parola di Dio, la vita sacramentale e la testimonianza della carità, ovvero gli ambiti essenziali nei quali la parrocchia cresce e si conforma al Mistero in cui crede. Ma la conversione delle strutture, che la parrocchia deve proporsi, richiede “a monte” un cambiamento di mentalità e un rinnovamento interiore, soprattutto di quanti sono chiamati alla responsabilità della guida pastorale”. 

C’è bisogno, carissimi Fratelli e Sorelle, Sacerdoti, Religiosi e Laici, di coraggio e di rinnovata fiducia. C’è bisogno di carità vera (“Ubi caritas est vera Deus ibi est”), capace di generare la concordia che non è uniformità in ciò che è opinabile, ma la volontà di raggiungere insieme, pur partendo da punti di vista anche diversi, ciò che il discepolo di Cristo, alla luce del Vangelo, deve volere.

Buon cammino!

 † Edoardo, Vescovo


Chiediamo a Dio il dono della pace

Ivrea, 25 Febbraio 2022

Carissimi Confratelli,
per chiedere a Dio il dono della pace, in relazione alle tristi notizie che giungono dall’Ucraina, invito le Parrocchie e le comunità a organizzare, nella giornata di martedì 1 marzo, un’ora di preghiera e di adorazione Eucaristica, di cui si potrà dare notizia ai fedeli nelle Messe di domenica 27.
A Ivrea tale momento si terrà alle ore 20,30 nella chiesa di S. Maurizio.

+ Edoardo, vescovo

Giornata Mondiale della Vita Consacrata

Il lieve differimento, dal giorno 2 febbraio, quello scelto da 26 anni per la celebrazione della “Giornata Mondiale della Vita Consacrata”, al successivo sabato 5, si è rivelato forse provvidenziale anche perché capace di offrire un’altrimenti non così immediatamente percepibile contiguità: quella tra due messaggi, insegnamenti “forti”, che paiono diretti proprio a chi assecondi una vocazione.

Il primo. Sappiamo che il 5 febbraio la Liturgia del giorno propone, tra l’altro, l’icona offerta dal Vangelo di San Marco, con l’immagine di Cristo che prova “compassione” per quella folla che gli pare come di “pecore che non hanno un pastore”: sicchè deve assumersi Lui stesso l’incarico di “insegnare loro”.

E, il secondo, nella Liturgia della appena successiva domenica 6 febbraio, dapprima affidato ad una narrazione che pare richiamare ciò che oggi si dice “storytelling” o, meglio, un esempio di “case history”: con la “cronaca” di un travaglio.

Il travaglio di Isaia, costretto a misurare la distanza tra la sua minorità, la sua finitudine di uomo: “un uomo dalle labbra impure io sono” e l’esigente evidenza cui non può sottrarsi: “eppure io ho visto”, sicchè si risolve non già a “rassegnarsi”, bensì a “consegnarsi” al compito pensato per lui: ”eccomi, manda me”.

Davvero, se si fosse cercato di concepire un momento, scorrendo il calendario, così propizio per porre la “Giornata della vita consacrata” sotto la protezione del Padre, sarebbe stato difficile individuare un “fine settimana” così promettente di grazie e spunti per la meditazione, per la preghiera, per la contemplazione.

Il video che volentieri il “RisveglioWeb” ha messo a repertorio in questa bella mattina, incoraggiata anche da un sole tiepido, alla Chiesa di San Francesco in Rivarolo Canavese, racconta proprio di un momento di preghiera e riflessione comune, che il Vescovo Mons. Edoardo Aldo Cerrato ha condotto con una numerosa rappresentanza di appartenenti a Ordini e Congregazioni maschili e femminili che pregano e lavorano in Diocesi.


Meditazioni per la NOVENA di Natale 2021

 Nel Tempo di Avvento il Rorate coeli desuper esprime magnificamente il vero senso dell’attesa del Natale e ci prepara perciò a comprendere la novità che la Nascita del Signore porta alla vita di ognuno e, di conseguenza, alla vita del mondo, poiché il più grande apporto che noi possiamo portare alla vita del mondo è proprio il cambiamento della nostra vita.

In questa prima sera della Novena ci soffermiamo sul “Rorate”.

«Rorate coeli desuper et nubes pluant Iustum. Fate scendere, o cieli, dall’alto la vostra rugiada e dalle nubi come pioggia scenda il Giusto».

Ripetuto ad ogni strofa, questo ritornello è il grido del povero che riconosce la sua povertà e mendica il Dono della salvezza. Lo chiede con la certezza che il Signore viene (anche l’antifona del Magnificat oggi ce lo fa cantare: «Ecce Rex veniet»: Ecco verrà il nostro Re). Il Signore viene e perdona e redime: compie ciò che solo Lui può fare: scendendo nel deserto arido dona la Vita vera, la sola che fa rifiorire la nostra umanità ferita e sfinita per la sua debolezza mortale; strappa via da noi il giogo della nostra captivitas, della nostra prigionia. 

Le prime due strofe del canto sono intrise della coscienza del nostro limite, e del dolore del peccato. La Chiesa non cerca di censurare l’enormità del male: realisticamente, e quindi umilmente, la riconosce, senza sconti, e grida al Signore di avere pietà: «Ne irascaris Domine… Non adirarti Signore, non ricordare la ns iniquità. Ecco la Città santa è diventata deserta, vuota è diventata Sion; desolata è Gerusalemme, luogo della Tua santità, dove ti pregarono i nostri padri». Gerusalemme siamo noi, appartenenti alla Chiesa del Signore! Il perdono che chiediamo è il perdono del peccato nostro. È facile riconoscere il male di chi sta fuori di Gerusalemme, ma non si può partire di lì: si parte da noi!

«Peccavimus… Abbiamo peccato, siamo diventati immondi, tutti siamo caduti come una foglia. Le nostre visioni ci hanno trascinato via come vento vorticoso, ci hai inariditi abbandonandoci alle nostre miserie. Abscondisti faciem tuam a nobis: hai coperto il Tuo volto, lo hai nascosto al nostro sguardo e ci lasci sobbalzare nella tempesta».

Ma nel riconoscimento di questa triste situazione, si leva – si deve levare – un grido: «Vide, Domine, afflictionem populi Tui…Guarda, Signore, l’angoscia del tuo popolo, manda colui che stai per inviare, l’Agnello che ci libera dalla prigionia». È possibile innalzare questo grido perché abbiamo la certezza che Gesù, Dio fatto uomo, ha preso su di sé il giogo della nostra schiavitù, avendo pietà del nostro niente. Possiamo gridare: «Vieni, non tardare» perché Egli è già venuto e incessantemente viene… Il Natale mette sotto i nostri occhi il riaccadere dell’avvenimento della sua presenza di salvezza e ci chiede di riconoscerla e di riaccoglierla oggi.

Commovente la risposta del Signore: «Consolàmini, consolàmini popule meus». Sembra quasi di vedere un padre o una madre che si chinano con infinito amore sul figlio che amano, e che ora è lì, col viso cosparso di pianto, a rifugiarsi in quell’abbraccio che lo fa rinascere. «Consòlati – gli dice il Signore – consòlati, popolo mio, cito veniet salus tua, la tua salvezza verrà presto. Perché ti struggi d’amarezza dal momento che il dolore ti ha fatto nuovo? Ti salverò, non temere; Io infatti sono il Signore Dio tuo, il tuo Redentore».

Ti salverò, non temere: questo futuro è già un presente, l’opera di Dio è già in atto, continua ad accadere. Pur dentro alla lotta che la nostra vita comporta, Dio è la nostra pace; e l’amarezza lascia il posto alla certezza che Lui viene a salvarmi… L’attesa è già colma di pace. «Non Ti cercherei – non Ti attenderei – (dice sant’Agostino) se Tu non mi avessi già trovato».

Con questa certezza iniziamo i nove passi che ci portano a Betlemme! Tutto parte dal riconoscimento di come effettivamente siamo! Dal desiderio di un reale cambiamento nel nostro modo di vivere e nell’impegno che il desiderio comporta!

*

Ci soffermiamo su un altro canto del Tempo di Avvento, bellissimo anche questo nel suo testo (di autore anonimo, risalente forse all’VIII secolo) e avvincente nella sua melodia (probabilmente del secolo XV): Veni, Veni, Emmanuel.

Lo abbiamo ascoltato in queste domeniche nella Messa Vespertina in Cattedrale: 

«Veni, veni Emmanuel, / captivum solve Israel / Qui gemit in exilio / Privatus Dei Filio. / Gaude, gaude! Emmanuel nascetur pro te, Israel. Vieni, vieni o Emmanuele, libera Israele prigioniero, che geme in esilio, privato del Figlio di Dio. Gioisci, gioisci, o Israele! L’Emmanuele nascerà per te».

«Veni o Iesse virgula / Ex hostis tuos ungula / De specu tuos tartari / Educ, et antro barathri. Gaude, gaude! Emmanuel nascetur pro te, Israel. Veni, o virgulto di Jesse, liberaci dalle unghie del nemico, dalla caverna dell’inferno e dall’antro del baratro. Gioisci, gioisci o Israele! Emmanuele nascerà per te». 

Ogni strofa si chiude proclamando questa grande certezza: Emmanuel nascetur pro te. 

Il Dio-con-noi nascerà per noi, per ognuno di noi: ma a questa certezza deve corrispondere una vera apertura del nostro cuore, poiché è vero che Egli nascerà per noi, ma l’accoglienza del dono spetta a noi ed esige un cambiamento di prospettiva, un cambiamento che dia al nostro vivere una impronta diversa da quella che ci fa chiedere perdono per il nostro peccato. 

La sua nascita, dunque, è per il nostro cambiamento: «La fede veradiceva Simone Weil – si mostra non da come uno parla di Dio, ma da come parla e agisce nella vita; di lì capisco se uno ha soggiornato in Dio». 

Il cambiamento lo opera Lui, con la Sua grazia, ma chiede che non manchi la nostra parte: «Entrate per la porta stretta – dice Gesù – perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa» (Mt 7,13). 

Chi è sato pellegrino in Terra Santa non può dimenticare la piccola porta, bassa e stretta, che introduce nella Basilica di Betlemme costruita sulla grotta della Natività… Nel Vangelo secondo Matteo, il detto di Gesù sulla porta stretta si trova alla fine del discorso della montagna: quelli che passano per la porta stretta, dunque, sono coloro che vogliono conoscere la Beatitudine; e Gesù li elenca: i poveri in spirito, gli afflitti, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia, chi è insultato a causa di Gesù…

L’annuncio evangelico è sempre aperto alla speranza, ma non nasconde la necessità dell’impegno. Non nasconde soprattutto che la Porta è Cristo – «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato» (Gv 10,9) – e solo un vero rapporto con Lui, dentro le concrete circostanze della vita, consente di entrare…

 La gioia a cui le strofe del canto ci invitano, ripetendo quel verbo (Gaude!) è, certamente, quella che deriva dalla certezza che Emmanuel nasce, indipendentemente da noi, ma diventa vera nella misura in cui ci apriamo ad accoglierlo.   

La gioia! Quanto la desideriamo e quanto ne abbiamo bisogno in questi tempi bui, più che per i problemi creati dall’epidemia, per la realtà di vuoto e di confusione che l’epidemia ha solo scoperchiato!  

La gioia vera nasce dal fatto che il Signore è vicino: così vicino da renderci possibile “essere in lui”, condividere la Sua vita mentre Egli condivide la nostra…  È la gioia di Cristo: «La mia gioia io do a voi, non quella che dà il mondo» Egli dice. Solo questa permette di affrontare ogni cosa in modo diverso rispetto a chi non la possiede. 

“Il popolo geme in esilio, privato del Figlio di Dio” canta l’Inno. Quand’è che siamo privati del Figlio di Dio? Quando dimentichiamo chi è Cristo, quando non poggiamo su di Lui tutto di noi… Quando non è reale il nostro passaggio attraverso la Porta che Egli è… 

Egli è Emmanuel, Dio-con-noi: ma noi siamo discepoli suoi? È ineludibile la domanda.

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Passare per la porta stretta, la porta di Betlemme, per vivere il Natale accogliendo il dono di Gesù che viene a salvarci. In questo passaggio – che non si fa una volta per tutte, ma è continuo – consiste la santità a cui siamo chiamati in virtù del nostro Battesimo. 

Su questo tema leggo con voi, qualche passo della Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate di Papa Francesco, che inizia proponendo l’invito della Lettera agli Ebrei (12,1): «[correre] con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, circondati da una moltitudine di testimoni» i quali ci indicano costantemente la meta. Il Santo Padre, a proposito di essi, ricorda quanto affermò Papa Benedetto XVI nell’Omelia per l’inizio del suo Pontificato: «Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo. La schiera dei santi di Dio mi protegge, mi sostiene e mi porta».

L’Esortazione Apostolica, sottolineando un elemento importante, ricorda che il cammino della nostra santificazione si compie “Ognuno per la sua via”: è quanto insegna il Concilio Vaticano II: «Tutti i fedeli di ogni stato e condizione, ognuno per la sua via sono chiamati dal Signore alla santità». E il Santo Padre commenta: «Quello che conta è che ciascun credente discerna la propria strada e faccia emergere il meglio di sé, e non che si esaurisca cercando di imitare qualcosa che non è stato pensato per lui. Lascia dunque che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità. Lascia che tutto sia aperto a Dio, e a tal fine scegli Lui, scegli Dio sempre di nuovo. Non ti scoraggiare: hai la forza dello Spirito Santo; la santità, in fondo, è il frutto Suo nella tua vita. Questa santità a cui il Signore ti chiama andrà crescendo mediante piccoli gesti. A volte la vita presenta sfide più grandi e attraverso queste il Signore ci invita a nuove conversioni che permettono alla sua grazia di manifestarsi meglio nella nostra esistenza. Altre volte si tratta soltanto di trovare un modo più perfetto di vivere quello che già facciamo. Quando il ven. Card. Francesco Saverio Van Thuân era in carcere, rinunciò a consumarsi aspettando la liberazione. La sua scelta fu: “Vivo il momento presente, colmandolo di amore»; e il modo con il quale concretizzò il suo intento fu: “Afferro le occasioni che si presentano ogni giorno, per compiere azioni ordinarie in un modo straordinario”. 

León Bloy diceva: “Non c’è che una tristezza: quella di non essere santi”. Ma per diventarlo, la vita cristiana esige un combattimento permanente. Si richiedono forza e coraggio per resistere alle tentazioni del diavolo e per annunciare il Vangelo. Questa lotta è molto bella, perché ci permette di fare festa ogni volta che il Signore vince nella nostra vita.

Non si tratta solamente di un combattimento contro il mondo e la mentalità mondana, la quale ci inganna, ci intontisce e ci rende mediocri, senza gioia. Nemmeno si riduce a una lotta contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni (ognuno ha le sue: la pigrizia, la lussuria, l’invidia, le gelosie, e così via). È anche una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male. Gesù stesso festeggia le nostre vittorie. Non pensiamo dunque che sia un mito, un simbolo. Il diavolo non ha bisogno di possederci. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi. E così, mentre riduciamo le difese, lui ne approfitta per distruggere la nostra vita, le nostre famiglie e le nostre comunità, perché “come leone ruggente va in giro cercando chi divorare” (1 Pt 5,8). Per il combattimento abbiamo le potenti armi che il Signore ci dà: la fede che si esprime nella preghiera, la meditazione della Parola di Dio, la Messa, l’adorazione eucaristica, la Riconciliazione sacramentale, le opere di carità, la vita comunitaria, l’impegno missionario». 

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«Non c’è che una tristezza: quella di non essere santi» dicevamo, con Léon Bloy, e ci siamo soffermati ad ascoltare alcune belle pagine della Gaudete et exsultate che presenta la santità come un «[correre] con perseveranza nella corsa che ci sta davanti», secondo quanto dice la Scrittura, ma senza dimenticare che si è chiamati a camminare «Ognuno per la sua via», come afferma il Concilio Vaticano II.

Ognuno per la sua via” non significa, ovviamente, incuranti degli altri e, tanto meno, egoisticamente chiusi nei nostri progetti; significa camminare con gli altri, nella comunione ecclesiale, ma senza pensare che la via sia la stessa per tutti… Le strade, infatti, sono tante quante sono le vocazioni che Dio invia al suo popolo, ed ognuna va presa sul serio; anche per coloro che percorrono la stessa strada, inoltre, i passi e i tempi del percorso possono essere diversi. L’importante è che siano i passi che Dio vuole, non quelli che a noi, soggettivamente, pare lo siano… Missionario fu san Francesco Saverio andando nelle Indie; missionaria fu santa Teresa di Gesù Bambino vivendo nel suo Carmelo… 

«Come sapere – leggiamo nell’Esortazione Apostolica – se una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo? L’unico modo è il discernimento, che non richiede solo una buona capacità di ragionare, ma è anche un dono che bisogna chiedere. Se lo chiediamo con fiducia allo Spirito Santo, e allo stesso tempo ci sforziamo di coltivarlo con la preghiera, la riflessione, la lettura e il buon consiglio, sicuramente potremo crescere in questa capacità spirituale.

Il discernimento è necessario non solo in momenti straordinari, o quando bisogna risolvere problemi gravi, o quando si deve prendere una decisione cruciale. Ci serve sempre: per essere capaci di riconoscere i tempi di Dio e la sua grazia, per non sprecare le ispirazioni del Signore, per non lasciar cadere il suo invito a crescere. È in gioco il senso della mia vita davanti al Padre che mi conosce e mi ama. 

Il Signore ci parla in modi diversi durante il nostro lavoro, attraverso gli altri e in ogni momento, ma non è possibile prescindere dal silenzio della preghiera prolungata per percepire meglio quel linguaggio, per interpretare il significato reale delle ispirazioni che pensiamo di aver ricevuto, per calmare le ansie e ricomporre l’insieme della propria esistenza alla luce di Dio. Il discernimento orante richiede di partire da una disposizione ad ascoltare davvero: il Signore, gli altri, la realtà stessa che sempre ci interpella. Solamente chi è disposto ad ascoltare ha la libertà di rinunciare al proprio punto di vista parziale e insufficiente, alle proprie abitudini, ai propri schemi. 

Quando scrutiamo davanti a Dio le strade della vita, non ci sono spazi che restino esclusi. In tutti gli aspetti dell’esistenza possiamo continuare a crescere e offrire a Dio qualcosa di più, perfino in quelli nei quali sperimentiamo le difficoltà più forti. Colui che chiede tutto dà anche tutto. Questo ci fa vedere che il discernimento non è un’autoanalisi presuntuosa, un’introspezione egoista, ma una vera uscita da noi stessi verso il mistero di Dio, che ci aiuta a vivere la missione alla quale ci ha chiamato per il bene dei fratelli».

Nel nostro cammino verso Betlemme a incontrare Colui che è la pienezza della vita vorrei rivolgere lo sguardo all’uomo che con Maria sta salendo verso i monti della Giudea, Giuseppe, figlio di Davide, come l’angelo lo ha salutato annunciandogli che Dio gli chiedeva di “prendere con sé Maria” superando i suoi sospetti, le sue incertezze e paure, aprendo i suoi pensieri ad un progetto che egli non aveva minimamente pensato perché non lo poteva pensare…

Il nostro d. Domenico Machetta ha composto alcuni canti per l’Anno dedicato a S. Giuseppe: “La pace d tuo Dio è tua forza e libertà: tra gioie e tra dolori cerchi solo verità”. “Sei l’uomo del silenzio; ti alzi e vai. Hai lasciato le tue strade, hai detto sì come Abramo; hai lottato nella notte, compi il sogno di Giacobbe”; “consegnato ad un sol Signore, ti nutri nel silenzio della parola di Dio solo”; “La Chiesa guarda a te, faro di fede; nel suo cammino incontro al Signore attende il Suo ritorno rallegrata dalla tua presenza”; “Aperti al futuro di Dio, ancorati alle Sue promesse, nella gioia aspettiamo il Signore e il trionfo del Cuore Immacolato”; “Colui che sostiene il mondo riposa in braccio a te: Giuseppe nostro, ricordati di noi!”.

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Il cammino della santità su cui ci siamo soffermati è lo scopo anche dei nostri passi sulla strada che ci porta a Betlemme, ad adorare il Bambino nel presepe delal Grotta, convinti – tante volte gli stessi cantici dell’Avvento ce lo hanno ricordato – che l’incontro con Lui, nostro Salvatore, è vero se noi, insieme alla ns commozione, Gli portiamo noi stessi, la nostra persona, sempre fragile e povera, che ha iniziato, però, lungo la strada, a re-impostare la propria vita al suono della parola forte e chiara di cui ci parla l’Inno della Novena: «En clara vox redarguit obscura quaeque personans: Ecco, una parola chiara, risuonando, rimprovera tutto ciò che è oscuro; procul fugentur somnia, ab alto Jesus promicat: i nostri sogni, le nostre visioni della realtà siano messi in fuga da Gesù che manda bagliori di luce»… 

Un bell’articolo di un quotidiano che pochi giorni fa recensiva un nuovo libro su Gregorio Magno porta come sottotitolo: «In tempi dilaniati da guerre e pestilenze Gregorio riparte dalla cura dell’anima». 

Erano tante le necessità, anche materiali, della società di quel tempo, e Papa Gregorio, vissuto tra il 540 e il 604, non mancò di fare il possibile per provvedervi; ma ebbe chiaro che primaria è la cura dell’anima! «Gregorio Magno – scrive l’autore – è il genio a cui dobbiamo la salvezza di quel pulviscolo di luce, che si chiama anima, in un’Europa immersa nell’oscurità tetra del sesto secolo d.C. Il concetto e l’esperienza di bellezza, di desiderio, di pace, di infinito erano nascosti sotto la caligine. Gregorio ha tentato di aiutare i suoi contemporanei a vivere sulla terra come uomini che non sono destinati al nulla. Il corpo dell’Italia, come quello dell’Impero era ridotto a una facciata; e la Chiesa non stava affatto meglio. Aveva due anni quando il mondo fu travolto da una pestilenza, vera pandemia, che in Italia spazzò via 1/3 della popolazione; Costantinopoli perse 300.000 vite nel giro di due anni. Un sentimento di paura e precarietà attraversava i popoli, mentre mancava una qualsiasi leadership mondiale. Non è forse quello che stiamo sperimentando noi in questi ultimi anni? 

Gregorio aveva intrapreso la carriera amministrativa ed era diventato prefetto di Roma a 32 anni. Presto però abbandonò la scena pubblica e si dedicò alla vita contemplativa nella forma della vita monastica. Sembrò una fuga. Ma non lo fu: la salvezza non viene dalla politica, pur necessaria. Occorre altro: occorre la conoscenza di Dio e fare esperienza di Lui, poiché senza questo vincerà il Nulla della peste virale e spirituale. Gregorio inizia una vera e propria opera di ricostruzione ponendo al centro la cura animarum. Intuì che in tempi così bui, dilaniati da guerre, pestilenze e carestie, era di lì che occorreva ripartire. 

Quindici secoli dopo siamo qui, con i medesimi drammi. Come allora, il pensiero della morte, della caducità della vita, attanaglia vecchi e giovani, in preda all’incertezza del futuro. Questa paura porta gli uomini a chiudersi in sé stessi, a vivere come isole e a concentrarsi sulla propria sopravvivenza… Non servono chiacchiere di spiritualità: occorrono uomini e donne che testimonino con umiltà e carità che cosa vuol dire “cura della propria anima”». 

Papa Gregorio – che la Chiesa, e non solo essa, saluta con il titolo di Magno – ci sostenga con la sua intercessione nei nostri passi verso l’Incontro; fu lui, tra l’altro a stabilire in quattro settimane il tempo di Avvento…   

Dai suoi scritti qualche frase che ci accompagna nel cammino: A tutto si pensa, fuorché a se stessi! L’anima che ha perduto l’abitudine di esaminarsi attentamente, non riesce più neppure a vedere i mali di cui soffre, e ignora persino in quanti modi ha peccato”. “Poca preghiera non dà la felicità; tanta sì. Poca carità non dà la felicità; tanta sì. Poco silenzio non dà la felicità; tanto sì. Soltanto nella misura del grande noi possiamo entrare nel Cuore di Cristo”. 

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In questi passi verso Betlemme ci accompagnano i nostri santi. Pensare alla loro compagnia, al fatto che camminano con noi all’Incontro con Gesù di cui contemplano il Volto nella luce del Paradiso, ci dà pace e sicurezza… A san Giuseppe già abbiamo detto: «La Chiesa guarda a te, faro di fede; nel suo cammino incontro al Signore attende il Suo ritorno, rallegrata dalla tua presenza» … 

Questa sera guardiamo a Colei che ogni sera della Novena salutiamo cantando: «Nitida stella, alma puella, tu es florum flos; il fiore più bello sei, o Maria, lucente stella…». L’angelo la salutò  «piena di grazia» e noi glielo ripetiamo ad ogni “Avemaria”… Nella casa di Nazaret, dove per la prima volta risuonò questo straordinario saluto, «Ella rimase turbata e si domandava che senso avesse quel saluto»… “Piena di grazia” (kekaritomène n testo originale del Vangelo di Luca) significa che Maria è stata colmata di Grazia; è la “Tuttasanta”, fin dal primo istante della sua esistenza, preservata – insegna la Chiesa, ispirata dallo Spirito Santo che Gesù le ha promesso – dal peccato originale; colmata di grazia in vista della missione che Dio aveva scelto per lei e di cui l’angelo le portava l’annuncio: «Concepirai e darai alla lux un figlio… sarà il figlio dell’Altissimo». 

Guardando a Maria vogliamo riflettere sull’Iniziativa di Dio: è Dio il Protagonista, è Lui che agisce nella nostra vita… Maria non fu preservata dalla macchia originale per meriti suoi, che non poteva avere, dal momento che, concepita nel grembo di Anna, iniziava proprio lì ad esistere e non poteva, certo, dire di sì all’opera di Dio… Ma anche l’evento dell’Incarnazione, del farsi Uomo del Figlio di Dio nel suo grembo di “alma puella” – semplicemente le è comunicato: è una decisione di Dio che le dice: «Ecco, concepirai nel grembo e darai alla luce». 

La prima grandezza di Maria sta in questa “passività”: non è lei a progettare; si lascia docilmente coinvolgere in ciò che le è dato, in ciò che Dio ha deciso e mette in opera! 

Il suo “sì” c’è ed è totale: «Ecce ancilla Domini: Sono a tua completa disposizione, come una schiava» dice, ma il Progetto è di un Altro e lei accetta senza porre nessuna condizione… Sarà così in tutto il corso della sua vita, da Betlemme al Calvario, e poi nella comunità cristiana: sempre discepola, modello di discepolato: senza nessun compito istituzionale nella Chiesa, perché il suo è ben più alto di quello che Cristo stesso aveva stabilito per i Dodici Apostoli e i loro successori… Lei è la Madre della Chiesa, e questo non è un ruolo; e, ancora una volta, la decisione è di Dio e il Figlio, morente sulla croce per la nostra salvezza, gliela comunica.   

Lei «conservava e meditava nel suo cuore tutte queste cose»: tutto quanto le era dato: non che si era presa!

Diceva Papa Benedetto: «L’evangelista ripete più volte che la Madonna meditava silenziosa sugli eventi straordinari nei quali Dio l’aveva coinvolta. Il verbo greco usato – “sumbàllousa” – letteralmente significa “mettere insieme” e fa pensare a un mistero grande da scoprire poco a poco. L’incarnazione del Verbo e la divina maternità di Maria è certamente non facile da comprendere con la sola intelligenza umana. Alla scuola di Maria possiamo cogliere con il cuore quello che gli occhi e la mente non riescono da soli a percepire, né possono contenere. Si tratta infatti di un dono così grande che solo nella fede ci è dato accogliere pur senza tutto comprendere. Ed è proprio in questo cammino di fede che Maria ci viene incontro, ci è sostegno e guida. È Madre perché ha generato nella carne Gesù; lo è perché ha aderito totalmente alla volontà del Padre. Scrive sant’Agostino: “Di nessun valore sarebbe stata per lei la stessa divina maternità se il cristo non lo avesse portato nel cuore, con una sorte più fortunata di quando lo concepì nella carne” (De s. Virginitate 3,3)». 

Maria è la nitida stella che ci invia i raggi della luce di Dio! Non ha altra luce, lei che cantò: «Magnificat anima mea Dominum: l’anima mia proclama le grandezze del Signore», consapevole che, se «tutte le generazioni la chiameranno beata», è perché «grandi cose ha fatto in lei l’Onnipotente».  

Il massimo della fecondità sta nel massimo di questa santa “passività” che non è “fare nulla”, ma “fare ciò che a Dio lasciamo fare”. 

La missione, la testimonianza della nostra fede, compito che ci deriva dal Battesimo, si compie portando il Signore Gesù nel nostro cuore e nella nostra carne (nella vita concreta che ci è dato da vivere); non scegliendo, ma accogliendo; lasciando che sia il Signore a compiere la Sua opera, senza porGli, anche sottilmente, come talora facciamo, le nostre condizioni! Lasciandolo fare, innanzitutto in noi!  

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Betlemme è sull’orizzonte… Domani l’antifona del Magnificat ci farà cantare: «Cum ortus fuerit sol de coelo videbitis Regem regum procedentem a Patre tamquam sponsum de thalamo suo: quando il sole sarà spuntato vedrete il Re dei Re che procede dal Padre come uno sposo dal suo talamo». 

Che bella questa immagine, così vera! Lo vedremo: con gli occhi della fede, certo, ma è una realtà. Misteriosa ma reale! Lo vedremo perché la celebrazione liturgica del Natale non è la commemorazione di quanto avvenne duemila e più anni fa, ma il farsi presente dell’evento stesso! Vedremo il Figlio che procede dal Padre… Esce dal grembo di Maria, ma è nato nell’eternità, dal grembo del Padre: “Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”! E viene a portare in dono la salvezza per l’umanità avvolta da tenebre di morte; viene come Sposo a condividere la nostra vita e a farci dono della Sua! Non c’è altra salvezza se non accogliere il Dono. “Tu solo il Santo – gli diciamo nel canto del Gloria – Tu solo il Signore, Tu solo l’Altissimo, Gesù Cristo”! 

A questa luce e a quella dell’antifona maggiore di oggi – «O Emmanuel, Oh Emmanuele, Dio-con-noi, atteso dalle genti e loro Salvatore, vieni a salvarci, Signore Dio nostro» noi vogliamo gustare un canto natalizio, bello come tanti dei canti di Natale nati dal cuore della Chiesa attraverso l’esperienza di fede di uomini grandi e dotti o attraverso anime semplici del popolo cristiano… È il Puer natus in Bethlehem, con il suo gioioso ritornello: «In cordis jubilo, Christum natum adoremus / cum novo cantico: nel giubilo del cuore, con un nuovo cantico, adoriamo Cristo che è nato». 

Nelle strofe colpisce l’Alleluia incessantemente ripetuto, come fossimo a Pasqua: e infatti siamo all’inizio dell’evento che proprio nella Pasqua avrà il suo compimento…; colpisce il richiamo al giubilo del cuore e al canto che dev’essere nuovo: più che nelle parole che lo compongono e che da secoli risuonano, nuovo nella nostra anima, nella nostra vita che dall’evento è fatta nuova!

«Puer natus in Bethlehem, alleluia Un Bambino è nato a Betlemme, alleluia; da Lui la gioia di tutta Gerusalemme, alleluia, alleluia»! «Ha assunto la nostra carne, alleluia, il Figlio altissimo di Dio Padre, alleluia, alleluia»! «Come sposo che esce dal suo talamo, alleluia / venne a noi dal grembo della Madre, alleluia, alleluia»! «Qui giace nel presepe alleluia, Lui che regna senza fine, alleluia, alleluia»! «Lo hanno riconosciuto il bue e l’asino, alleluia: quel Bimbo è il Signore, alleluia, alleluia»! «Nato da madre vergine, alleluia, venne dal nostro sangue, alleluia, alleluia»!  “Per fare noi uomini, alleluia, a Dio e a Lui simili, alleluia, alleluia»! In questa gioia del Natale, alleluia, benediciamo il Signore, alleluia, alleluia”! «Lode alla Santa Trinità, alleluia, diciamo grazie a Dio, alleluia, alleluia»!

Siamo davanti ad un immenso mistero: le altezze si abbassano, le bassezze si innalzano! È il grande movimento del cristianesimo che è opera di Dio, a differenza di ogni altra religione nata dal cuore dell’uomo, mentre questa nasce da Dio…

Dio si fa piccolo: esce dal grembo di una donna, Egli che cieli e terra non possono contenere; giace in una mangiatoia il Signore dell’universo; viene dal nostro sangue il Creatore di tutto ciò che esiste.

Dio si fa piccolo e l’uomo, da questo farsi piccolo di Dio, è fatto grande: diventa simile a Dio e benedice il Signore nella gioia del Natale, adora e loda Dio che si rivela nell’infinita ricchezza del suo essere un solo Dio in tre Persone e si dona in un amore di condiscendenza impensabile da mente umana!

È il grande movimento che costituisce il cristianesimo! Il cielo scende e tocca la terra; alla terra è dato di alzarsi e di toccare il cielo! 

C’è altro da aggiungere? 

C’è solo da implorare la grazia che in noi il cuore sia nuovo e la novità del cuore renda nuove le parole che cantiamo! 

Maria, Giuseppe, i santi Magi dell’Epifania ci accompagnano nel cammino perché la novità si compia nel nostro incontro con il Signore! Sia lode anche a loro!              

S. Natale 2021

Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, volendo santificare il mondo con la sua venuta, essendo stato concepito per opera dello Spirito Santo, trascorsi nove mesi, nasce in Betlemme di Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo” (Calenda).

Sei sceso per noi dalle altezze dei cieli e ti sei fatto realmente uomo. 

Hai vissuto la nostra vita e ne hai condiviso fatiche e dolore, gioie e speranze. 

Risorto da morte e salito al Cielo, sei rimasto con noi: non il ricordo di una straordinaria avventura accaduta secoli fa, ma Tu presente, qui, oggi, misteriosamente ma realmente. 

Ci offri la possibilità di vivere ogni istante con Te e in Te, e tutto ha un gusto nuovo, perché Tu sei il senso di tutto, la pace che il nostro cuore inquieto desidera. 

In questa festa della tua Nascita nella grotta di Betlemme noi Ti adoriamo, Signore Gesù, nostro Salvatore, e ti preghiamo di custodirci nella comunione dei tralci con la vite.

Buon Natale, Amici! 

+ Edoardo, vescovo